VENEZIA 59 - Sotto il segno della Miramax: "Frida" di Julie Taymor e "Full Frontal" di Steven Sodebergh
La Miramax negli ultimi anni sembra confezionare programmaticamente opere che seguono un preciso "dogma" narrativo, fotografico e scenografico. Con "Frida" e "Full Frontal" la società dei fratelli Weinstein si espande nel set messicano in una ricostruzione biografica nel primo e con un'apparente costruzione da cinema indipendente nel secondo

C'è un marchio produttivo che tende ad un'omologazione dello sguardo. Sotto il segno della Miramax, che nel corso degli anni sembra confezionare programmaticamente opere che seguono un preciso "dogma" da un punto di vista narrativo, fotografico e scenografico, sono stati presentati Frida di Julie Taymor in concorso e Full Frontal di Steven Sodebergh nella sezione "Controcorrente". In un certo senso opere diverse in cui la Miramax si espande nel set messicano in una ricostruzione biografico-storica nel primo caso e alle prese con un'apparente costruzione da cinema indipendente nel secondo.
Frida ripercorre l'esistenza tumultuosa di Frida Kahlo, personaggio femminile di spicco del Messico dei primi trent'anni del Novecento. Tratto dal libro ominimo di Hayden Herrera, la Taymor pone l'accento sull'attività artistica, sessuale e sentimentale (il matrimonio con il pittore Diego Rivera e la relazione con Leon Trotskij) e politica della protagonista. Certamente un'opera costruita a tavolino in maniera produttivamente esemplare, attrattiva nei colori accesi della fotografia di Rodrigo Prieto che illumina ambienti ora colmi di vita ora desertici e decadenti. Non c'è dubbio che Frida è l'abile compromesso tra la società dei fratelli Weinstein e il preciso didatticismo di Julie Taymor - che nel 1999 esordì dietro la macchina da presa adattando il Tito Andronico shakesperiano in Titus - che tende spesso a racchiudere il proprio spazio rendendolo simile a un palcoscenico teatrale dove la scena si sviluppa prima e si consuma poi. Gli orizzonti più ampi sembrano preclusi al film della cineasta statunitense, che lascia esplodere il proprio cinema di parola dietro la recitazione dei protagonisti (Salma Hayek, Alfred Molina, Ashley Judd, Geoffrey Rush) in cui è spesso labile il margine tra il make-up e il corpo, oppure che tende a utilizzare in maniera ormai stancamente ludica (sempre sotto il segno della Miramax) fugaci apparizioni come quelle di Antonio Banderas o Edward Norton. Frida alla fine vive delle sue passioni esibite, di un intellettualismo artistico che porta figure come Breton o Picasso a essere pallide icone figurative e che soprattutto si serve di soluzioni visive (Frida e Rivera che prendono forma davanti a un'immagine figurativamente ricca ma immobile) che riecheggiano molto quegli inserti alla Jane Campion e che nascondono quella stasi di sensibilità di sguardo che penalizza il film della Taymor. Alla fine in Frida l'arte e il sesso sono elementi già dati: manca però il processo di creazione artistica nel primo caso, e di seduzione e fisicità autentica nel secondo.

L'intellettualismo all'europea di Steven Soderbergh in Full Frontal sfocia nel peggior fellinismo d'accatto alla 8 e mezzo; nell'opera, anche se il regista riminese non viene mai citato, c'è proprio l'itinerario del processo formale che porta a quel cerebrale trasporto "dal set al set", con presuntuose dichiarazioni a metà tra la libertà Nouvelle Vague e il metacinema di Godard (con tanto di locandina di Il disprezzo). Se il giovane cineasta statunitense aveva già posto dei dubbi circa la sincerità del suo cinema, sin dal troppo acclamato esordio di Sesso, bugie e videotape, Full Frontal spinge all'estremo quella coralità troppo calcolata di l'Inglese e Ocean's Eleven dove però non sempre l'azione produce ritmo. Ambientato a Los Angeles nell'arco di 24 ore, Full Frontal è "un film sul film" - con la continua duplicità tra l'attore e il personaggio che interpreta - che si sofferma su diversi personaggi: Linda è una massaggiatrice che cerca l'uomo giusto; Carl ama sua moglie Lee; Lee vorrebbe farsi amare da Calvin; Calvin, che interpreta il ruolo di Nicholas, personaggio che nel film che si sta girando è innamorato di Francesca. La vita di tutti questi protagonisti ruota comunque attorno alla figura del produttore Gus. Soderberg costruisce deliberatamente sin dall'inizio il proprio inganno, producendo titoli di testa falsi per lasciare entrare dentro un'altra storia che viene mostrata nell'atto stesso del proprio produr/si. Ma alla fine, con la presenza di Brad Pitt e Julia Roberts già interpreti di Ocean's Eleven o della fugace apparizione di Terence Stamp protagonista di L'inglese, si ha l'impressione che Soderbergh non solo voglia urilizzare queste star per dei cameo autocelebrativi ma che addirittura si serva (soprattutto nel caso di Stamp) di scarti di pellicola preesistenti, di materiale da riutilizzare secondo un film che si compone di frammenti ma che ha la pretesa di costituire la linea teorica di un metodo Soderbergh del quale però sfugge l'assunto principale.
In concorso è stato anche proiettato The Magdalene Sisters di Peter Mullan, opera ambientata nell'Irlanda del 1964 che si sofferma soprattutto sulla storia di quattro ragazze rinchiuse dai propri genitori (dopo che avevano avuto un rapporto sessuale e, in alcuni casi, partorito senza consenso) in uno dei conventi Magdalene gestiti dalle Sorelle della Misericordia per conto della Chiesa Cattolica. Mullan, già regista di Orphans si appropria del realismo alla Loach portandolo però alle estreme conseguenze. Un cinema che vuole essere volutamente disturbante e sgradevole, ma che invece non mostra l'evento ma tende solo ad esibirlo. Realismo costruito quindi, di presunta oggettività, ma violentementa manipolato. Il "realismo tragico" british nel suo stato più agonizzante.
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