VENEZIA 59 - "Rosa la China" di Valeria Sarmiento
Ciò su cui si vuole attirare l'attenzione, in un film a metà strada tra il dramma e la farsa, è il modo nel quale i personaggi reagiscono alle sventure della sorte, soffocati in una Cuba resa claustrofobia da un eccesso di allegorie, in cui gli scenari sono afosamente schiacciati dal perimetro angusto delle tinte violente.

Sin dall'inizio Rosa la China stabilisce i termini della visione: una sarcastica voce narrante sprofonda lo sguardo verso le onde elettromagnetiche di una radio, introducendo una storia che si presenta come una telenovela radiofonica. Non a caso, secondo i dettami delle diffuse trasmissioni, numerosi personaggi popolano la rappresentazione, intrecciando labirinticamente le loro vicissitudini e tessendo puntualmente colpi di scena e incandescenti passioni. Le scene si sventagliano, dunque, con un incedere teatrale, come un susseguirsi di quadri in cui la cornice del sipario è sempre ben in evidenza per confinare il coinvolgimento alla formula della finzione.
La voce off accompagna per mano lo spettatore qualificando i personaggi, rivolgendosi ad essi, instillando suspence e attesa nell'ambizioso tentativo di dirigere le emozioni del pubblico o, meglio ancora, di impersonarle. Con la descrizione introspettiva dei caratteri il narratore supplisce al folclore delle storie, cercando di ispessire l'arbitrarietà della trama.
I protagonisti assumono, quindi, con la loro definita caratterizzazione il ruolo di emblemi epici di una commedia umana variopinta e tortuosa in cui tutti i simboli dell'Avana degli anni '50, dalla politica alla malavita, dalla magia al sesso, si dispongono diligentemente intorno o dentro lo spettacolo.
"Dei" li definisce addirittura le regista Valeria Sarmiento, perché incarnazioni delle varie divinità indigene della religiosità cubana. Religiosità che trova manifestazione proprio nelle tradizioni popolari dell'isola e che il film dettagliatamente ripropone attraverso le danze, i riti, le musiche, i colori, l'iconografia e soprattutto attraverso la drammatizzazione esasperata delle vicende.
Ciò su cui si vuole attirare l'attenzione, in definitiva, è il modo nel quale i personaggi "sono stati toccati o feriti dalla fatalità", come recita la sorniona voce narrante. Si titilla, dunque, il gusto dozzinale nello scoprire come essi reagiscono alle sventure della sorte soffocati in una Cuba resa claustrofobia da un eccesso di allegorie, in cui gli scenari sono afosamente schiacciati dal perimetro angusto delle tinte violente e degli oggetti tipici. E la storia stessa finisce per essere sacrificata all'imperativo dell'affabulazione ricorrendo ad ingiustificate esplosioni drammatiche ed a morbose insistenze sul folclore.
Scivolando così, sulla tensione verso il tragico, il film si barcamena a metà strada tra il dramma e la farsa senza avere il coraggio di essere puramente farsa e di realizzare con l'onesta fissità delle maschere il teatro della vita. Tanto che nel finale il ritorno all'immagine della radio non sigilla la conclusione ma lascia incompleta alcune delle vicende, residui alla deriva di quel desiderio superfluo di spessore.
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