VENEZIA 59 - "Au plus près de Paradis" di Tonie Marshall (Concorso)
La Marshall guarda a "Un amore splendido" di McCarey così come De Palma guarda ad Hitchcock. Con un'immediatezza, una spontaneità in cui l'atto sembra farsi sempre assecondare dal piacere per poi contraddirlo

Le intermittenze del cuore. Appare un'opera fuori tempo, quasi fuori moda, Au plus près de
Paradis, regista figlia d'arte (degli attori William Marshall e Micheline Presle) ormai attiva da diversi anni che però si è fatta soprattutto conoscere per il bel ritratto corale al femminile di Venus beauté del 1998 (tradotto Sciampiste & Co. dalla distribuzione italiana). Già l'inizio del film è rivelatore. Un uomo e una donna (Fanette, interpretata da Catherine Deneuve) si rivedono dopo molti anni. Quando erano studenti lui era innamorato di lei, ma lei di un altro uomo. Un'immagine già passata, quasi bruciata della memoria, in cui appaiono una Ferrari rossa fiammeggiante in mezzo a un amore mai realizzato alla Lelouch ma con dentro i movimenti ritmici di Demy. Il film della Marshall è però continuamente depistante. L'immediatezza temporanea del sentire, quel senso di magica improvvisazione, sembra precedere sempre una scrittura che sembra costruirsi più sui movimenti che sui dialoghi. Il volto e l'andatura dimessi della Deneuve, l'immagine di William Hurt che a un tavolo di un ristorante sembra riproporsi proprio come attore cantando, assieme agli altri clienti in uno dei momenti più belli del film, un brano compreso nella colonna sonora di Il grande freddo, costruiscono una parallela struttura a incastri in cui l'atto asseconda e contraddice spesso quella continua ricerca del piacere. Ma soprattutto c'è quell'ossessione della visione con le immagini di Un amore splendido di Leo McCarey (sia nello sviluppo narrativo sia nella dimensione pittorica), realizzato nel 1957, in cui il rapporto tra Cary Grant e Deborah Kerr sembrano rappresentare il modello di ogni possibile storia d'amore. La Deneuve (che stranamente incominciò la carriera di attrice proprio nello stesso anno del film di McCarey), sembra tirare addosso allo sguardo quelle immagini, sembra ripeterle, sembra ricercare quei luoghi come l'Empire State Building dove avviene l'incontro magico. La Marshall riguarda certa commedia statunitense senza il sentimentalismo esibito di Nora Ephron. I luoghi non diventano il ritorno di set dove sono presenti parziali forme di remake. Piuttosto inquadra i suoi protagonisti con una complicità e una passione dove sembra condividerne ogni slancio anche al di là della barriera dell'obiettivo della macchina da presa. In un certo senso McCarey sta al suo film così come Hitchcock sta a De Palma.
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