VENEZIA 59 - "Nuomos Sutartis", (controcorrente) di Kristijonas Vildziunas
Nel tentativo di mostrare l'attuale spaesamento etico e etnico della nuova classe media lituana, "L'affitto" fa emergere le difficoltà di un cinema che rischia di annegare in sterili formalismi d'importazione.

La donna che attraversa incessantemente lo schermo, durante tutta l'opera prima del lituano Vildziunas, è lontana sia dall'essere personaggio che dall'essere corpo. Il regista la carica delle sue teorie e la rende manifestamente simbolo della mutazione avvenuta nel suo paese dopo l'apertura del cortina sovietica.
Il cambiamento materiale la vita "pubblica" grazie all'apertura di un non precisato ufficio di terzo settore, fa inizialmente credere alla quarantenne di provincia di poter altrettanto facilmente liberarsi di un passato claustrofobico che non le ha permesso di esprimere un inconscio che a tratti invade lo schermo e contamina una realtà altrimenti indagata con sguardo documentaristico. Convinta che ad un cambiamento materiale non possa che corrispondere una mutazione interiore, si trasferisce in città, cerca arredamenti alla moda per l'ufficio, si proiettata verso la mitica dimensione della donna single/uomo/manager che arriva dall'ovest. Liberata dalle barriere che le costruivano intorno una struttura carceraria e contemporaneamente protettiva, Larisa Kalpokaite/Lituania cade vittima di personaggi dall'aspetto più giovane e delicato del marito lasciato in precedenza, ma che le affittano a termine un appartamento (da cui il titolo "contratto d'affitto") in cui continuerà ad essere controllata con tecniche meno evidenti.
L'auspicata liberazione dalla paura di un reale cambiamento interiore, predicata da Vildziunas nel finale del film, insieme all'ovvia considerazione che ciò non può avvenire attraverso l'imitazione dei nuovi modelli imposti in modo diverso da un potere che è sempre oppressivo ma soltanto con la ricerca di una propria dimensione, non corrispondono alla realtà mostrata. Il trentaduenne connazionale di Sharunas Bartas (qui coproduttore) si chiude in imitazioni schematiche dell'Antonioni anni '60, probabilmente convinto che la Lituania contemporanea stia vivendo una mutazione storica uguale (e se ciò fosse vero diventerebbe automaticamente giusto seguire i dettami che arrivano dall'occidente). Come il suo personaggio si cura molto di razionalizzare la forma esteriore (ha impiegato cinque anni per sceneggiatura e riprese, uno per il montaggio) soffocando le proprie pulsioni più profonde, che sembrano comunque esserci (come nel film l'inconscio della donna si mostra a tratti, animandone la compatta e rigida superficie).
Non resta che sperare che il cammino di Vildziunas lo porti a mettere in pratica profondamente le buone teorie divulgate nella sua opera.
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