VENEZIA 59 - "Un honnête commerçant", di Philippe Blasband (Settimana della critica)

Blasband, regista teatrale e drammaturgo, intesse l'equilibrio significante del film sull'architettura geometrica degli spazi. Il gioco di ruoli che si stabilisce tra l'indagato e gli ispettori si precisa nella opposizione dei loro corpi nello spazio della stanza, come alla ricerca di una razionalità estetica che trascini la logica nel paradosso

 

"Je suis un honnête commerçant" ripete di tanto in tanto il sospettato sottoposto all'insistente interrogatorio della polizia. Un onesto commerciante o uno spacciatore di droga artefice di un'orrenda strage? Intorno a questo quesito gira lo sviluppo della trama che ricostruisce in ipotetici flashback la vita del presunto assassino.

Hubert Verkamen pressato dai due ispettori dà il via ad una machiavellica sfida con i suoi accusatori accettando di raccontare il proprio passato ma attraverso uno spostamento del soggetto. La sua ricostruzione non si riferisce a sé stesso ma ad un personaggio di fantasia a cui assegna sarcasticamente il nome più comune dei protagonisti delle barzellette. Quella che rivela non è quindi una confessione ma una storia che da un lato presume finzione e che da un altro fa trapelare verità. In questo scarto si gioca la partita, ed in questo scarto oscilla la visione.

La frontalità razionale e categorica della rappresentazione viene costantemente ruotata nell'obliquo surrealismo dell'invenzione. Il piano della serietà si interrompe nella comicità delle situazioni mentre il piano della verosimiglianza si sfasa nella dimensione  immaginaria della storia. "Il vero potere non è avere un'arma - sentenzia il saggio maestro di Verkamen - è pronunciare una parola e qualcuno muore". E con la parola del racconto l'indagato ha il potere di creare una realtà così come nel finale a sorpresa la supposizione di parole (forse) dette dall'ispettrice conduce alla rivelazione della verità. La responsabilità di agire sulle cose propria dell'enunciazione si manifesta nei toni gravi delle voci, nell'assenza di emotività dei personaggi (l'unico poliziotto impulsivo viene scacciato nel primo quarto d'ora), nella diabolica lucidità dell'affermazione.

Philippe Blasband, il regista, fa trasparire la sua carriera di regista teatrale e drammaturgo, intessendo l'equilibrio significante delle battute sull'architettura geometrica degli spazi. Il gioco di ruoli che si stabilisce tra l'indagato e gli ispettori si precisa, infatti, nella opposizione dei loro corpi nella stanza, opposizione che diventa triangolazione del ragionamento come alla ricerca di una razionalità estetica che lasci emergere la definizione del disegno ma che allo stesso tempo trascini la logica nel paradosso. E dunque il predominare delle compatte tinte unite degli sfondi, la nitida demarcazione sui volti delle luci e delle ombre, l'immobilità della mimica, compongono una tensione crescente sotto la calma superficiale che non sfocia in un'esplosione ma livella l'intero percorso stratificando omogeneamente inquietudine e stabilità. Nella compressione dei sentimenti, nel loro ammutolire serpeggia la vita del film che a sprazzi fuoriesce con piccole ma capovolgenti parentesi di umanità che riportano l'astrattezza del male nell'inquietante contesto della normalità.
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