VENEZIA 59 - La redenzione di Hollywood: "Road to Perdition" di Sam Mendes

"Road to Perdition" e' un film raggelante, ma non freddo e senz'anima, e' esteticamente curato fino all'eccesso, ma fa della rilettura del cinema classico hollywoodiano la sua ragion d'essere, un cinema di cui se ne cerca di catturare l'essenza interiore ma non lo sguardo, ormai inevitabilmente incantato e alla deriva della visione "postmoderna".

Mentre la Mostra che avrebbe dovuto essere la celebrazionedella cultura della Destra al potere, ci mostra ogni giorno - curiosamente e paradossalmente -storie di comunisti (da Frida a La Virgen de la Lujurs di Ripstein, [passando per Fuhrer ex ambientata nella Germania comunista fino allo splendido K-19 della Bigelow, finora l'unico autentico "soffio al cuore" del Festival), arriva in concorso il nuovo film di Sam "American Beauty" Mendes, Road to Perdition, gangster movie interpretato da Tom Hanks e Paul Newman.

Mendes come sempre ha raggelato il pubblico e le reazioni sono state le piu' disparate, dagli elogi smisurati di chi si fa sedurre dalle immagini leccate e dalle geometrie impeccabili del suo cinema, alle stroncature di chi non ne tollera qulla sorta di edonismo delle immagini, un estetismo spinto all'estremo che a molti irrita terribilmente. In realta' Road to Perdition e' un film si' raggelante, ma non certo freddo e senz'anima, e' certamente esteticamente curato fino all'eccesso, ma fa della rilettura del cinema classico hollywoodiano la sua ragion d'essere, un cinema di cui se ne cercadi catturarne l'essenza interiore ma non lo sguardo, ormai inevitabilmente incantato e alla deriva della visione "postmoderna".

Attenzione pero' a non confondere Mendes con le elaborazioni teorico-cerebrali dei Coen: se questi hanno un approccio alla materia distaccata, cinefila e postmoderna Mendes trascina la sua devozione per il  cinema classico verso un neoclassicismo piu' vicino al cinema di Michael Bay (Armageddon, Pearl Harbor) o di un Frank Darabont (Il miglio verde).  Certo non e' un cinema che ci sconvolge il corpo, o ci fa innamorare a prima vista, ma la sua raffinatezza visiva non e' necessariamente conseguenza di una freddezza d'intenti.

Road To Perdition e' un film sulla redenzione, e in tal senso si colloca pienamente dentro le riflessioni piu' moderne del cinema dei nostri giorni. Come puo' un uomo riscattare se stesso, come si puo' trasformare l'odio in "Educazione", come trasmettere dei valori diversi da quelli quotidianamente praticati? E' la strada senza ritorno di Michael Sullivan (un Tom Hanks calibratissimo) braccio destro e figlio acquisito del mafioso gangster interpretato da Paul Newman, l'uomo che risolve i problemi dove ce ne sono, a volte con le parole, molto spesso con le pallottole.  Ma Newman ha un figlio vero che spinto dall'orgoglio e dalla debolezza di carattere prima fa una strage davanti agli occhi del figlio di Sullivan, e poi ne massacra la famiglia nel tentativo di eliminare il figliolo testimone della strage. Da qui parte il percorso di perdizione di Sullivan, che da un lato non puo' lasciare impunito l'assassino della sua famiglia e dall'altro porta con se il figlio dodicenne per il quale auspica una vita diversa dalla sua. Sullivan si ritrova isolato dalle "famiglie" che lo braccano con un killer professionista (Jude Law). E allora il film diviene il racconto, in un lungo flashback, di una fuga, un road movie nella campagne in fuga prima, e nelle cittadine a rapinare banche dei depositi dei gangster poi.  Curiosamente Sullivan mentre vorrebbe riservare al figlio un futuro diverso, non puo' farne a meno come giovanissimo autista nelle sue rapine, ed evitera' in un finale metaforicamente troppo esplicito, la sua condanna alla perdizione impedendogli di commettere quel "primo omicidio" che lo condannerebbe inevitabilmente a una vita come la sua.

Ricco di momenti visivamente esaltanti (la sparatoria sotto la pioggia, con Sullivan che spara con il mitra e il sonoro e' prima muto, mentre uccide la scorta, e poi esageratamente forte nello sparare al suo "patrigno", come a segnare un diverso sentire che si nasconde anche dietro le pallottole) e altre volte irritanti, Road to Perdition e' un film che sara' esaltato e disprezzato, ma probabilmente assai poco capito. Il formalismo "essenziale"di Mendes non puo' non provocare simili reazioni, ma atetnzione a non liquidare tutto il ritorno del cinema neoclassico con accuse di barocchismi o postmodernismi superficiali, rischieremmo di ritrovarci un giorno con una Hollywood cambiata da cineasti moderni che la rifanno con la stessa "passione disincantata" dei registi che tutti abbiamo amato (da Ford, a Wilder, Wyler, Hitchcock, ecc...). E Mendes, con Fincher, Darabont, Bay e altri appartiene a questa nuova razza di cineasti, che se confondiamo con i Soderbergh rischiamo di regalare al cinema dell'insincerita'...
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