VENEZIA 59 - "Roger Dodger" di Dylan Kidd (Settimana della Critica)

Film sulla parola, sulle abilità dialettica, che coinvolge un valzer di personaggi e soprattutto il protagonista Roger in una Manhattan sfavillante e nevrotica

Roger Dodger, ovvero Roger Schivaguai, contiene nel titolo stesso, nel nome del protagonista, la chiave di lettura: le parole, l'arte di fare e disfare col dire, l'abilità di toccare e fuggire, d'essere come le parole, appunto, pungente e sgusciante.

Nella Manhattan sfavillante e nevrotica della upper class un carosello di frizzanti conversazioni conduce i dandy moderni tra party, ristoranti e nightclub in un percorso irrefrenabile di dialoghi e motti di spirito, apologhi e arringhe, confessioni e sfide verbali.

Roger non a caso con le parole ci lavora. Autore di testi pubblicitari, tiene banco con le sue teorie sagaci, convinto che  non si venda un prodotto se prima non si crea nel cliente la sofferenza della mancanza di tale prodotto. Ed è esattamente questo stato che viene generato dalle valanghe di discorsi disseminati lungo l'avvicendarsi delle  scene: uno stato di insoddisfazione e solitudine che il protagonista tenta di dissipare in una notte. Alle prese con l'imbranato nipote adolescente desideroso di un'iniziazione sessuale, Roger lo trascina nella mondanità delle sue serate cercando di riscattarsi dal rifiuto e dall'isolamento ai quali la spudorata inopportunità dei suoi sproloqui lo costringono.

La vita scorre nelle conversazioni, sempre in primo piano, sempre ad altezza d'uomo, con i volti che si alternano dietro ai loro stessi discorsi affastellandosi in una galleria di visi sofisticati ed affascinanti. Visi vicinissimi come seduti nel divanetto accanto o lontani come catapultati dall'altra parte del marciapiedi, a volte sfocati, seminascosti ma sempre cercati, inseguiti e spiati tra le foglie di una pianta da interni o tra le macchine che schizzano sulla strada. Visi spesso oscurati dalle ombre, dalla confusione metropolitana, che diventano sagome, figure, puri contenitori di voci. Perché sono le loro parole che la m.d.p. insegue, saltando da un volto all'altro con la velocità dell'occhio, rincorrendo il flusso di parole. Ma l'inseguimento non sviluppa, come il protagonista consiglia al nipote, uno sguardo periferico, ma piuttosto un udito periferico pronto a coordinare i movimenti agganciandoli al labiale dei personaggi. Personaggi capaci di parlare ma spesso incapaci di ascoltare, assordati come sono dal valzer di chiacchiere, feste, bar, uffici, dal caos della città che orchestra rumorosamente i percorsi umani o disumani dei suoi abitanti. Una metropoli prepotente che si riprende i suoi spazi tra le immagini inserendosi nelle inquadrature e nascondendo i personaggi dietro al suo al suo traffico, dietro alle luci dei locali, dietro alla folla dei newyorkesi e dietro al chiaroscuro della sua notte. Una città scoppiettante come i dialoghi che la animano ma anche convulsa come la precarietà del parlare che si arresta solo quando ci si sposta geograficamente, in un'altra città e in un altro stato, fermando la parola e con essa anche l'immagine, mozzando la frase nell'incertezza del dire.

 

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