VENEZIA 59 - "Velocità massima" di Daniele Vicari (Concorso)
Emerge più il modello produttivo di Procacci piuttosto che la visione di Vicari. Lo sguardo del regista sembra negare al film quella potenziale spettacolarità (soprattutto nelle riprese delle corse) in un'opera che invece si alimenta di continui spostamenti

C'è un ambiente, forte essenziale - Ostia, l'officina di Stefano, l'obelisco all'Eur dove si svolgono le corse clandestine automobilistiche - e un'innegabile capacità produttiva di Procacci dietro Velocità massima. Storia di "ragazzi di vita", non proprio di matrice pasoliniana, ma con volti capaci di incidere nella loro presenza (quello di Mastandrea soprattutto, ma anche quelli sorprendenti di Cristiano Morroni e Alessia Barela), in cui il realismo quotidiano non diventa mai rappresentazione visivamente sociologica del degrado. Ambientato appunto ad Ostia, Velocità massima ha come protagonista Stefano, il titolare di un'officina che ha dei debiti da saldare con la banca e che cerca, per dare una svolta alla propria esistenza, di costruire una macchina truccata con un motore potente per poter sconfiggere così Fischio, il suo rivale storico che ha sempre posseduto un'auto potente. Per raggiungere il suo obiettivo assume in officina Claudio, un ragazzo di 17 anni esperto di motori.
Il film di Vicari ha in sé un sano misoginismo (la battuta di Mastandrea "le donne non sono intelligenti ma sono furbe...") e soprattutto possiede comunque un suo movimento nel creare i conflitti tra i personaggi, soprattutto quello che coinvolge Stefano, Claudio e Giovanna. Il problema sorge nel momento in cui lo sguardo di Vicari sembra volutamente negargli la possibilità di quell'attraente spettacolarità che rischierebbe di omologare il suo film a una sorta di Fast and Furious italiano. Il cineasta infatti ha in ogni sua inquadratura quasi quell'atteggiamento da "documentarista politico" (tra i suoi lavori precedenti, ha infatti realizzato anche Non mi basta mai assieme a Guido Chiesa) che invece lo penalizza fortemente soprattutto nella povertà visiva nelle soluzioni delle riprese delle corse automobilistiche, probabilmente cercando più di far emergere il tema della disoccupazione che invece, malgrado la continua sottolineatura didascalica, resta spesso in secondo piano. In effetti la forza dei personaggi sembra vivere autonomamente, al di là di ogni strategia di scrittura e di messinscena. Si ha così l'impressione che un'opera come Velocità massima sia più vicina al "modello Procacci" che al mondo degli emarginati che Vicari vorrebbe rappresentare.
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