VENEZIA 59 - "Dom Durakov" (La casa dei pazzi) di Andrej Konchalovskij (Concorso)
Anche se figurativamente attraente, "Dom Durakov" però è ormai il segnale di un cinema stanco, diviso tra le allegorie fantastiche dello Jiri Menzel più svogliato e la frenesia "post-kusturikiana" di Pavel Longuine

Ci sono cineasti che invecchiano male. Il russo Konchalovskij, uno dei registi più rappresentativi del cinema sovietico degli anni Settanta (da considerare anche la rispettabile parentesi hollywoodiana del decennio successivo con opere come A 30 secondi dalla fine e Tango & Cash), si chiude con Dom Durakov nella struttura di un cinema grottesco che si alimenta continuamente sulla deformità fisica e mentale dei protagonisti, su ambienti stretti dove i corpi sono spesso costretti a scontrarsi (un ospedale psichiatrico) e su quella continua ambivalenza tra la tragicità della guerra e la forte componente onirica che mostra sempre l'alterazione percettiva della realtà. Ambientato nel 1996 durante il primo conflitto in Cecenia, Dom Durakov lascia emergere da una collettività rappresentata in maniera alquanto informe alcuni personaggi come Janna, una giovane ragazza che crede di essere la fidanzata sia del cantante statunitense Brian Adams sia di un soldato dell'esercito che s'insedia assieme agli altri compagni nel luogo. Già da Asja e la gallina dalle uova d'oro, Konchalovskij porta in scena le malformazioni del potere con atteggiamento già distaccato. Il respiro politico, la rappresentazione delle condizioni del paese, l'umanità ai margini si chiudono in un iconografia e in una messa in scena abbastanza convenzionale, che gioca sulla perdita di un registro narrativo preciso per appigliarsi a visioni volutamente strampalate, a improvvisi abbandoni - l'immagine del treno illuminato con Brian Adams (la presenza più sorprendente del cast) che canta uno dei suoi successi vicino a Janna - anche figurativamente attraenti, all'uso sovrabbondante di una parola che vive sul continuo non-sense. La struttura bellica s'insinua solo marginalmente, mostrando parzialmente ferimenti e i rumori delle pallottole e lo stesso impianto onirico produce immagini seducenti ma mai autentici sogni. Resta un coinvolgimento di Konchalovskij sincero verso i suoi personaggi, un'umanità innegabile. Del resto le abilità di narratore e visive del cineasta russo, rispetto alla furbizia preconfizionata del fratello Nikita Michalkov, sono fuori discussione. Dom Durakov però è ormai il segnale di un cinema stanco, diviso tra le allegorie fantastiche dello Jiri Menzel più svogliato e la frenesia "post-kusturikiana" di Pavel Longuine.
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