VENEZIA 59 - "K-19: The Widowmaker", di Kathryn Bigelow
Dalla regista americana, la cronaca degli eventi che nel 1961, in piena Guerra Fredda, rischiarono di innescare un'escalation nucleare tra le due superpotenze
In immersione, a fondo nel cuore dei suoi uomini, a occhi chiusi (come da lezione di "Point Break"...) nella profondità degli abissi, per quello che in realtà è il film più lieve, "aereo", che la lunga tradizione del "cinema sottomarino" possa ricordare. "K-19" divide immancabilmente il pubblico della Mostra veneziana, lasciando Kathryn Bigelow dentro/fuori i giochi critici, i piaceri e le tentazioni del popolo del Lido (e anche questa, del resto, è una tradizione, per una regista che a Venezia si è sempre trovata spiazzata).
Inutile dire che ci troviamo in presenza di grande cinema, fatto con quella capacità di "comprendere" a fondo il cuore della storia raccontata che ha sempre caratterizzato questa regista. Rielaborando (con pochissime licenze cinematografiche) la cronaca degli eventi che nel 1961, in piena Guerra Fredda, rischiarono di innescare un'escalation nucleare tra le due superpotenze mondiali, "K-19" è l'occasione per la Bigelow di invertire lo sguardo e investire di eroico valore il nemico storico degli USA: l'equipaggio del sommergibile atomico sovietico in missione segreta al largo della costa statunitense, si trova con il reattore nucleare a rischio si esplosione. L'esito, come nella migliore tradizione del cinema della Bigelow, è un faccia a faccia tra l'etica e l'istinto, tra la ragione che ordina e la passione che governa, tra la comunicazione che organizza la realtà e la commozione che sovrappone le emozioni e le motivazioni.
Da una parte il comandante Vostrikov (Harrison Ford, che del film è anche produttore esecutivo) impone un comando rigido a un equipaggio che, al contrario, sente piuttosto di appartenere al vicecomandante Polenin (Liam Neeson), il quale, dal lato opposto, si affida a un ordine più sensibile, emotivo, partecipe. In realtà lo sontro è, come sempre nel cinema della Bigelow, tra l'idealità di uno stare nel mondo secondo un principio di realtà e di appartenenza e l'irrazionalità di un partecipare alle cose del mondo affidandosi alle emozioni.
Il punto di vista, ancora una volta, per la Bigelow è una questione morale, e lo dimostra in un'opera che partecipa emotivamente alla messa in scena con una tensione e una dispersione sentimentale che mai si era sentita prima nel suo cinema. "K-19" è una sorta di "mèlo-thriller" che da metà in poi si vede con gli occhi lucidi, un capolavoro in immersione totale e continuata nello spessore delle emozioni. Come se questa regista, che ha sempre tenuto teso il filo dell'equilibrio facendone quasi un principio fondativo del suo cinema, per una volta avesse sentito la necessità di stare interamente nello spessore emotivo della sua opera.
Come se, per una volta, avesse preso il largo di notte, con gli occhi chiusi, sul surf dell'agente Johnny Utah...
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