VENEZIA 59 - "Mon Huan bu luo", di Chen Wen-tang (settimana della critica)
Il ricordo della purezza perduta spinge personaggi alla ricerca di un'immagine pacificante secondo le tradizioni delle tribù aborigene taiwanesi di cui il regista è un esperto studioso. La visione di un sogno guida la composizione del film avvolgendolo in una pellicola acquea

Il regista taiwanese Chen Wen-tang sin dai primi anni ottanta si è interessato alla vita degli aborigeni che abitano le file più basse della società. Con una serie di documentari etnografici ha studiato le loro tradizioni, le credenze, i valori e le difficoltà di integrazione. Questo lavoro viene convogliato nel primo film che produce nel 1998 "Ming Xi Pien" (premio speciale del Taipei Film Festival 1999) e nel suo primo lungometraggio "Mon Huan bu luo".
Tre storie si susseguono, richiamandosi l'un l'altra nella comune ricerca dei protagonisti di un'immagine catartica. Nella prima un aborigeno di mezz'età insegue il ricordo di un amore perduto. Nella seconda un giovane che conduce un'esistenza squallida viene toccato dalla storia di una voce all'altro capo del filo telefonico. E' la voce della protagonista del terzo episodio, una ragazza che si fa narratrice dei racconti di un mondo lontano ed incantato, barlume di un'innocenza dimenticata.
"La tribù dei sogni" è la traduzione italiana del titolo, e di fatti l'immagine che i personaggi inseguono ha la consistenza illuminante ed evanescente di un sogno. E' la visione di un campo di miglio, simbolo di una purezza perduta ma sedimentata nella memoria che affiora come un faro nella desolante vita della città. La limpidezza essenziale dell'apparizione si fa nel film matrice di un percorso di sensibilizzazione sensoriale: " In ciascun giorno di lavoro durante le riprese - racconta il regista - ho inseguito la mia visione del campo di miglio come fossi ipnotizzato. Riuscivo a percepire le cose prima di viverle. Stavo cercando una sorta di sfera di cristallo, calma e trasparente, attraverso la quale presentare il mio film."
Un velo acqueo avvolge infatti la visione sin dal titolo di testa i cui caratteri hanno il fluido tremore della consistenza liquida. I bagliori delle luci, le movenze umide del fumo, i riflessi pellicolari delle superfici increspano le inquadrature in un ondeggiamento che sembra immergere il film in un acquario. E i personaggi sporcati dalla miseria che li circonda si immergono gradualmente in una tiepida bolla di silenzio, la sfera di cristallo che può offrire loro la pace di un sogno remoto.
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