VENEZIA 59 - "Bear's Kiss" di Sergei Bodrov (Concorso)

La presunta magia in "Bear's Kiss" non produce mai libertà. Crea piuttosto quella distanza da personaggi dei quali non ci si appropria delle loro frustazioni e aspirazioni e da luoghi che, senza la didascalia, non avrebbero neanche la minima riconoscibilità

Tra La strada e I clown, Bodrov si affida alla coproduzione europea di più paesi non solo per realizzare un'opera sul circo ma proprio sulla mutazione. Lola, che fa la trapezista in un circo assieme alla madre, passa gran parte delle sue giornate con Misha, un orso bruno che un giorno si trasforma in un ragazzo attraente. L'idea è tutta qui. Sembra strano come un progetto europeo collettivo tenda così a spersonalizzare l'opera di un autore come Bodrov, che si era fatto conoscere come cineasta, a livello internazionale, con Il prigioniero del Caucaso. Con l'utilizzo di attori italiani come Maurizio Donadoni e Silvio Orlando in un imbarazzante cameo, questa fiaba cosi autoriale manca sia di quell'innocenza e ingenuità dei film di produzione Disney, ma anche di quel delirio cromatico o della minima attrazione dei numeri, delle esibizioni  che spesso possono caratterizzare le opere sul circo. Bodrov pensa pure a Fellini, ma guarda altrove. Il controcampo, con le didascalie che segnano i passaggi di un viaggio che tocca paesi come la Svezia, la Germania e la Spagna, negano il flusso del viaggio e riducono i luoghi a spazi anonimi, nascosti da un'oscurità di luce che non rivela mai nulla. Lo stacco di montaggio sembra davvero soltanto utilizzato per segnare lo spostamento da un luogo a un altro oppure per produrre la trasformazione dell'orso in ragazzo e viceversa.

La presunta magia in  Bear's Kiss non produce mai libertà. Crea piuttosto quella distanza da personaggi dei quali non ci si appropria delle loro frustazioni e aspirazioni (soprattutto di Lola, il cui corpo non sembra mai essere cambiato nel Tempo malgrado le sensibili ellissi) e da luoghi che, senza la didascalia, non avrebbero neanche la minima riconoscibilità. L'unica possibilità del film di Bodrov sarebbe quella di omologarsi a un documentario del National Geographic. Peccato che l'orso sia fasullo.

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