VENEZIA 59- "El caballero don Quijote" di Manuel Gutiérrez Aragòn (Eventi speciali)

Messa in scena a metà tra un pessimo spettacolo teatrale e una fiction educativa, "El caballero don Chisciotte" andrebbe usato come esempio di tutto ciò che il cinema non dovrebbe mai essere.

Del "Don Chisciotte" Manuel Gutiérrez Aragòn ne aveva già fatto una serie televisiva, premiata con il premio Eurovision al festival di Cannes nel '91. Dieci anni dopo ci riprova, sponsorizzato dai ministeri spagnoli, scegliendo per il ruolo del cavaliere errante Juan Luis Galiardo, specialista di film in costume (Antonio e Cleopatra di Charlton Heston, I tre moschettieri di Richard Lester) che ha lavorato anche con la Loren in Bianco, rosso, e...di Lattuada nel '71, e l'attore teatrale Carlos Iglesias come Sancho Panza.

Aragòn fa iniziare la sua storia dopo che un soldato chiamato Miguel de Cervantes ha narrato in un romanzo le gesta di Don Alonso Qujiano, ormai vecchio, e del suo scudiero Sancho Panza, diventati già mito. Appena giunge notizia che i Turchi minacciano pericolosamente le coste spagnole, nonostante l'età e le opposizioni dei familiari il cavaliere errante Don Chisciotte, incalzato da Sancho, si mette in marcia. Sua intenzione è di liberare l'amata e mai conosciuta Dulcinea. Per questo scende nella grotta nera ad incontrare Mantesino. Poi si ritrova ad accettare gli onori di un duca che si burla di lui dicendogli che per liberare la donna Sancho deve ricevere migliaia di frustate.

Il regista spagnolo sceglie di rappresentare l'idea popolare, che vuole il cavaliere già vecchio, e di ambientarla nel "teatro del mondo", come definisce il cinema. Questo la dice già lunga sulla sua ispirazione, infatti il film risulta subito una via di mezzo tra una fiction televisiva e un'opera teatrale. Gli attori parlano un lingua ricavata direttamente dal romanzo sporgendosi verso lo spettatore con quei gesti e quelle intonazioni che hanno ispirato le teorie "sovversive" di Artaud, Mejerchold, Stanislavskij (ottenendo i risultati di Don Chisciotte contro i mulini a vento). Il risultato è un mondo falso, tra ricostruzioni manieristiche e onirismo plastificato, perdipiù in pellicola, quindi assente.

L'intenzione di Aragòn era "di mantenere lo spirito del romanzo, a metà tra sogno e realtà": il risultato è che allo spettatore pare di sentire lo Spirito di Cervantes che invita a fuggire. Chissà cosa ne avrebbe fatto Orson Welles, chissà cosa ne farebbe Terry Gilliam...

 

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