VENEZIA 59- "Zmej" (The Kite) di Aleksej Muradov (Settimana della critica)
L'agonia della Russia dei primi anni novanta dove tutto appare faticoso e penato, ogni gesto sembra essere troppo ponderoso, richiedere troppe energie e l'amplificazione dei rumori popola lo spazio con più vigore delle persone sovrapponendosi ad esse e schiacciandole.
Nel buio solo qualche luce lontana, i cinguetti degli uccelli, il rombo di un motore, un altoparlante. E' questa l'immagine d'apertura e di chiusura di Zmej- La coda dell'aquilone, opera prima del regista russo Aleksej Muradov. E dal buio emerge e nel buio si inabissa nuovamente dopo aver solo stentatamente lasciato intravedere personaggi più vicini a fantasmi di luce che a corpi. Sono le tenebre di un mondo in agonia, la Russia dei primi anni novanta non ancora raggiunta dalla perestrojka, dove un ufficiale di polizia, incaricato di eseguire le condanne a morte, conduce una mesta esistenza in attesa che il figlio paraplegico ritrovi con un intervento l'uso delle gambe.
Tutto appare faticoso e penato, ogni gesto sembra essere troppo ponderoso, richiedere troppe energie. La forza di gravità si aggrappa ai corpi attirandoli verso il basso, sovraccaricandoli di un peso improprio. I movimenti si fanno allora incespicanti, dolorosi e anche mettere un orologio al polso diventa un operazione lunga e affaticante. Gesti quotidiani, come tagliare della carne per il pasto, assumono un carattere truculento e viscido per la vicinanza con cui si assiste a quei tranci crudi che si feriscono affannosamente sotto la lama. Ma il segno più forte di questo logorio è l'incessante amplificazione dei rumori dell'ambiente che popolano lo spazio con più vigore delle persone ed anzi, ad esse si sovrappongono schiacciandole. Il ticchettio della sveglia, gli stridii metallici del carcere, i versi degli animali, i pianti, le voci, esasperano il senso di attrito col mondo, la difficoltà di abitare un paese disumano, un luogo sfocato dove la luce del sole è pallida e il tempo è macchinoso.
"Nella mia testa c'è la guerra patriottica - dice uno psicotico che vive accanto all'ufficiale - Voglio capitolare, voglio pace". Ma è un desiderio di ribellione che si ripiega su se stesso. Ed è nella malattia del bambino, costretto sulla sedia a rotelle, che si coagula l'incapacità di liberarsi dal fardello della quotidianità svilente. Solo l'aquilone del titolo sembra restituire con le sue girandole nel cielo la fluidità del volo, ma il fischio cigolante del vento imprigiona anche la sua leggerezza in una ostilità viscosa.
E' una fatica, quella del film che invade lo stesso processo meccanico della visione con la scena finale di un proiezionista che carica la pellicola nel proiettore e che lo spettatore subisce dal basso nel fastidio degli scricchiolii, dei rulli, dei colpi sordi che risuonano nell'ambiente esangue.
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