VENEZIA- 59 "Due amici" di Spiro Scimone e Francesco Sfameli (Settimana della critica)

La reiterazione e il rispetto del gesto rituale che si fa tradizionale restituiscono i canoni di una meridionalità già connotata dall'uso del dialetto che è quasi gergo di riconoscimento in una città estranea. Un essere "del sud" che è insieme adattamento e stupore davanti alla diversità

Due registi, Spiro Scimone e Francesco Sfarmeli, che diventano due attori, Nunzio e Pino, per realizzare Due Amici, film tratto dalla loro commedia Nunzio. Messinesi di origine, ambientano la loro storia nella periferia di una grande città del nord dove i due immigrati condividono la stesso appartamento. Ignoratisi a lungo, il loro rapporto subisce un avvicinamento quando Nunzio è costretto a casa dal suo lavoro di operaio per una insistente quanto infida tosse da esalazioni tossiche. Il perdurare dell'inattività lo porta ad osservare con curiosità infantile i saltuari passaggi di Pino che tra un viaggio e l'altro stimola la fantasia del coinquilino sulle abitudini del mondo esterno. La sua vita, infatti è racchiusa in un perimetro familiare e cadenzato da rituali ed incontri in cui le giornate si ripetono secondo lo stesso ritmo ma con toni sempre più avvincenti. Tutto intorno a lui è riconoscibile ed uguale a se stesso. Ogni giorno riti imprescindibili scandiscono la quotidianità della periferia schiacciandola alla sua geografia fissa e alla sua routine cantilenante. Il bar, dove due pensionati fanno i cruciverba dando sempre le stesse risposte; la macchina, con cui i colleghi operai si spostano sempre in gruppo come se non esistessero individualmente; il pescivendolo, che sempre alla stessa ora consegna, scaraventandolo, il medesimo pacco di pesci a Pino; la radio che manda sempre la stessa dedica. Ma dentro queste tappe la storia cresce ed altre storie si innestano diventando anch'esse schematiche e ripetitive ed ispessendosi strato dopo strato di una nuova composizione emotiva. La reiterazione e il rispetto del gesto rituale che si fa tradizionale restituiscono i canoni di una meridionalità già connotata dall'uso di un dialetto che è quasi gergo di riconoscimento in una città estranea. Meridionalità che passa anche attraverso la tetraggine e il senso di morte che tinge amaramente il film. Un essere "del sud" che è insieme adattamento e stupore davanti alla diversità, lo stesso stupore che genera l'esistenziale innocenza di Nunzio davanti al mondo. L'innocenza pura e lampante come la comicità della rappresentazione, affidata non alle parole ma all'immediatezza delle immagini, della mimica, del dialetto. Caratteristiche tutte che fanno del film un'opera interessante e sincera nel non voler scaraventarsi contro la durezza della vita ma nel prepararsi a riceverla protetti dal nido che si è costruito intorno. 

 

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