LETTE E...RIVISTE - le riviste di cinema da tutto il mondo - (maggio 2005)
Questo mese "Filmmaker", "Independent", "Scr(i)pt", "IF", "Sight and sound", "Film comment"

La storia di abusi infantili e il cinema come esplorazione della (in questo caso traumatica) sessualità che segnano il ritorno dopo 6 anni di Greg Araki (Doom generation) hanno colpito anche Filmmaker, che lo intervista nel numero di primavera lasciando la copertina per Miranda July, regista di Me and You and Everyone We Know e di Nest of ten. Ancora interviste per Todd Solondz sul suo polimorfe Palindromes, per Agnès Jaoui e per Matt Zoller Seitz. Quest'ultimo, critico in trasferta su campo con la direzione (e sceneggiatura) di Home, parla proprio del gemellaggio fare cinema/scrivere di cinema. E si parla di mani in pasta anche con un gruppo di filmmaker, attori e produttori (tra gli altri Kristi Jacobson, Jed Weintrop, Eden Wurmfeld, Fisher Stevens) che negli ultimi tempi -e soprattutto dopo la rielezione di Bush- hanno deciso di aderire o almeno contribuire all'attivismo politico via grande schermo.
http://www.filmmakermagazine.com/

In copertina a Independent di maggio il quarantacinquenne regista e "sovvertitore del mainstream" Greg Araki, in uscita con Mysterious Skin, che per il suo gusto iconoclasta il mensile definisce "il peggior incubo di Bush". Un incontro con Luke (sceneggiatore, interprete e co-regista col fratello maggiore di The Wendell Baker Stor) ripercorre storia e carriere dei "Wilson bros". Partendo da quel Bottle Rocket (1996), esordio indipendente e per alcuni fulminante di Wes Anderson, che li ha visti riuniti tutti e tre (più Anderson) prima che la fama di Luke e soprattutto di Owen eclissasse la figura del meno celebre Andrew. Sul fronte della produzione primeggia Effie Brown (In the cut, Le donne vere hanno le curve), neo-fondatrice di Duly Noted, compagnia che Brown considera "un incrocio tra il capitalismo e una comune hippie".

Come trasformare uno spacciatore di cocaina in un personaggio con cui il pubblico si trovi in sintonia: lo spiega lo sceneggiatore di Layer cake J.J. Connolly a Scr(i)pt di giugno, che apre con il veterano David Goyer, autore della sceneggiatura di Batman Begins. Come trasformare una leggenda in un testo sceneggiato, invece, è il compito di James L. White, autore di Ray. Sul fronte dei consigli pratici, il mensile americano per aspiranti sceneggiatori mainstream spiega come creare personaggi accattivanti che attirino gli attori, illustra l'importanza del "piano B" nel disegno di un (non sempre azzeccato) script, motiva la necessità di moltiplicare il proprio io creativo per rispondere alle tante diverse esigenze degli studios. Fino alle 10 buone ragioni per cui "tu, sceneggiatore, hai bisogno di un avvocato".

Il suo sodalizio con Wong Kar-wai ha generato le immagini frenetiche e impastate di Hong Kong express e la perfezione stilistica di In the mood for love e 2046: è l'australiano Christopher Dpyle, direttore della fotografia tra i più acclamati a cui IF dedica la copertina. I registi del mese sono John Curran (I giochi dei grandi) e Tony Krawitz (appena passato a Cannes con il corto Jewboy). E dopo Frances O'connor è il turno dell'attrice Radha Mitchell (entrambe erano protagoniste del giovanilistico ma acuto Amore e altre catastrofi), lanciatissima dopo Melinda e Melinda e Neverland, di portare alta la bandiera delle attrici australiane. Progetti espansionistici in chiusura: per Bunty Avieson, in Buthan per Travellers and magicians, seguito di The cup, e per le produzioni firmate Moneypenny, in trattativa per collaborazioni continue tra Australia, Sudafrica e Nuova Zelanda.

Suicidio, riconciliazione, telecamera e l'importanza dello sguardo: alcuni dei temi di cui parla Jean-Luc Godard nell'intervista che gli dedica Sight and sound in occasione dell'uscita di Notre musique. Sempre in tema "classici", ma sul fronte opposto, si situa "The fickle finger of fame" (più o meno "la zampata volubile della fama"), riveocazione della carriera di Jerry Lewis e viaggio dietro le smorfie e la maschera. È un'ondata di mito e psicanalisi che si tuffa nel realismo l'ultimo lavoro, Kings and queen, di Arnaud Desplechin, almeno secondo la rivista, che con la semplificazione cara a certa critica britannica si domanda se non sia la risposta francese, niente meno, a Hitchcock e Allen. In copertina, le tinte scure di Sin city, l'adattamento che Robert Rodriguez ha fatto dell'omonimo fumetto dark ed espressionista.
www.bfi.org.uk/sightandsound
Il numero di maggio/giugno di Film comment apre con una riscoperta di Michael Powell, "leggenda inglese" onorata da una retrospettiva del Lincoln Center, che lungo tutto il mese di maggio ha spaziato da Scarpette rosse a L'occhio che uccide. Ancora Kings and queen di Desplechin, qui presente anche in un'intervista, mentre sono disponibili online ben due chiacchierate estratte dai vecchi archivi della rivista (entrambe del 1967) con Jean Rouch, l'antropologo della telecamera morto in Niger, in un incidente d'auto, nel 2004. L'"icona pulsante" (e pompata) Arnold Schwartzenegger si guadagna un profilo, così come il decano della criitica americana Andrew Sarris e i suoi 50 anni di parole sul cinema. Nel versante sud-est, la Tropical malady del thailandese Apichatpong Weerasethakul e il wuxia-pian di Chor Yuen.
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