LETTE E...RIVISTE - Le riviste di cinema da tutto il mondo (ottobre 2006)
Questo mese sguardo su "Cinemascope", "Scr(i)pt", "Asian Cult Cinema", "German Films Quarterly", "Total Film", "Cineaste"

Una donna sola, la stanza di un motel sperduto nell'Oklahoma, un veterano paranoico che vede insetti ovunque: dopo The french connection e L'esorcista, William Friedkin ritorna in grande stile, tra ambivalenze e profondità psichiche, con Bug - cinque personaggi: Lynn Collins (Il mercante di Venezia), Ashley Judd (Heat), Bryan F. O'Byrne (The new world), Michael Shannon (World Trade Center) e Harry Connick Jr. - e ne racconta i segreti al magazine canadese Cinemascope. E' invece tra tentacoli hollywoodiani e co-produzioni euro-pudding che si muove - tenace, sorprendente e al grido di Vive la resistance! - la new wave cinematografica slovena: registi come Jan Cvitkovic, Damjan Kozole, Janez Burger e Igor Sterk testimoniano la rinascita artistica del paese e riempiono di nuovi sensi il binomio 'cinema nazionale'. Tra gli altri nomi di punta di questa issue troviamo il cineasta 'tonale, musicale' Otar Iosseliani (Lunedì mattina, Jardins en automne) e il regista/attore Xavier Beauvois (Nord, N'oublie pas que tu va mourir, Le petit lieutenant).

Cosa distingue un professionista da uno scrittore più o meno amatoriale? Sicuramente la capacità di dribblare il cliché linguistico, il personaggio appiattito, il meccanismo narrativo obsoleto. Di queste e altre insidie - come quelle di uno script basato sulla classica 'storia vera' - si discute nel nuovo numero di Scr(i)pt, il bimestrale americano dedicato alla sceneggiatura che in questo numero incontra John August e Pamela Pettler per La sposa cadavere di Tim Burton, Richard Kelly - regista di Donnie Darko e sceneggiatore per Domino di Tony Scott, pellicola sulla vita della cacciatrice di taglie Domino Harvey (con Keira Knightley e Mickey Rourke) - e Jeffrey Caine, che per The constant gardener di Fernando Meirelles ha adattato il romanzo omonimo di John le Carré. Dedicati al pubblico dei lettori: gli esercizi per perfezionare le scene già scritte, i consigli del veterano della scrittura Peter Iliff (Point break, Under suspicion) su come gestire al meglio la propria carriera, le opportunità offerte dal lavoro di lettore e l'approfondimento su We, the screenwriters, il nuovo 'doculogue' di Michael Steven Gregory.

La nuova issue del quadrimestrale Asian Cult Cinema si apre con Takashi Miike, che dopo aver firmato l'episodio Imprint per 'Masters of Horror' torna alle sue variazioni sul tema della sofferenza con Waru e Taiyo no kizu - quest'ultimo attualmente in produzione. Dal Giappone alla Thailandia - e al Bangkok underworld - si prosegue con un'intervista a Yuthlert Sippapak, regista di Killer Tattoo, February, Bupah Rahtree, Kraseu Valentine; poi ci si sposta in Cina, e protagonista dell'incontro è stavolta Kaige Chen (Addio mia concubina, Killing me softly, Together, The promise). Ad un approfondimento sul 'new Beat' Takeshi Kitano si accompagna il consueto spazio 'trash taken seriously', che stavolta ospita, tra gli altri, l'azione di Tokyo drifter (1966) di Seijun Suzuki (La farfalla sul mirino, Lupin III - La leggenda dell'oro di Babilonia, Operetta Tanukigoten) e gli orrori di Blind beast (1969) di Yasuzo Masumura (Indulgenza, Bisexual, La gatta giapponese).

German Films Quarterly dedica il consueto dossier sulla produzione nazionale al tema delle migrazioni. Destino, paura e speranza, alienazione e integrazione sono solo alcuni dei significati che ruotano intorno: la rivista parte da Fassbinder (Katzelmacher, 1968) e da un cinema che non è ancora 'della migrazione' ma piuttosto 'dell'estraneità' - con Basher, Akin, Bohm si racconta lo sfruttamento, la solitudine, il conflitto, l'indifferenza - per arrivare, tra intenti didattico-umanistici e camere nascoste (Ganz Unten di Wallraff), alla nuova visione di registi che spesso sublimano nel film la loro stessa esperienza di emigrati/immigrati. Ecco allora gli anni Ottanta a rappresentare una realtà corale e meticcia (Das kalte paradies di Safarik), fino alla terza generazione di cineasti (Arslan, Polat, Wagner) che esplora le conseguenze possibili del fenomeno - criminalità, ritorno, autodeterminazione, ghettizzazione - e al nuovo millennio dei pugili di Elefantenherz (Zueli Aladag), delle regole di Urban guerillas (Neko Celik) e del culture clash di Kebab connection (Anno Saul).

Tutte le pellicole di Venezia 63 protagoniste del Total Film di ottobre: i critici inglesi impazziscono per The Black Dahlia e volano coast to coast ad intervistare De Palma e Ellroy (autore dell'omonimo romanzo) per poi spostarsi nei luoghi dell'11 settembre incontrando Oliver Stone e Nicolas Cage per World Trade Center. Largo alla nuova science-fiction made in Cuarón (Children of men) e alle profondità nascoste dell'ultima principessa di Hollywood, Anne Hathaway (Devil wears Prada). Ma c'è spazio anche per il cinema indipendente di Kevin Smith (Clerks II) e per kolossal annunciati e già attesissimi (Apocalypto Now di Mel Gibson) mentre tra i dieci 'coolest movies' appena realizzati Total Film inserisce il ritorno di Fincher al serial killer con Zodiac (interpretato da Jake Gyllenhaal e Robert Downey Jr.), The departed di Martin Scorsese (Evento Fuori Concorso alla Festa Internazionale del Cinema di Roma) e There will be blood di Paul Thomas Anderson (Magnolia), storia di famiglie, petrolio e religione sullo sfondo del Texas di inizio secolo.

Che cos'è un 'grande' attore? Con questa - apparentemente scontata - domanda si apre l'autunno della rivista americana Cineaste, che prende spunto dal sondaggio realizzato dal 2004 dal magazine inglese 'Empire' (De Niro fu allora consacrato 'Greatest living movie star', seguito da Pacino, Nicholson e Newman). Partendo dalla banalità dell'aggettivo stesso - great - unita allo stato attuale, spesso mediocre o desolante, di Hollywood e della recitazione stessa, Cineaste esplora i criteri e i must di una 'grande' performance, dando poi la parola a Joan Allen (Peggy Sue si è sposata, Nixon, The ice storm), Willem Dafoe (Platoon, L'ultima tentazione di Cristo, Mississippi burning, Manderlay, American dreamz, Inside Man) e ai professionisti del casting. Dai viaggi onirici di Waking Life alla drug culture: Richard Linklater (Dazed and confused, The school of rock, Fast food nation) racconta in un'intervista la trasposizione del romanzo, le tecniche di animazione, i riflessi intrapersonali e politici che lo hanno portato a realizzare A scanner darkly, con Keanu Reeves, Winona Ryder e Robert Downey Jr.
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