Lette e... riviste - Gus Van Sant e Andy Warhol: gli alter-ego
Perché Andy Warhol sia ancora uno degli artisti più influenti della scena artistica mondiale è difficile a dirsi. Gus Van Sant, uno dei cineasti che più si ispira alle opere del genio “in scatola” della Factory, prova a darne la sua personale spiegazione dalle colonne di Sight and Sound. Tra affinità elettive e nostalgie anni ’70, l’autore di Paranoid Park discute di cinema e di arte, parlando di sé, di Bertolucci e Pasolini, ma soprattutto di Warhol.
È davvero complicato stabilire con precisione il legame che intercorre tra il suo lavoro e quello di Andy Warhol. Ha visto molti dei suoi film?
Ho sempre pensato che film e prodotti da catena di montaggio – lui stesso lavorava otto ore al giorno nella catena di montaggio della Factory - fossero un modo per avere gente intorno e allo stesso tempo essere così occupato da non doverci avere a che fare direttamente.[…] Uno dei paralleli che potrebbe fare tra Warhol e me è che abbiamo modi di fare simili. Non l’ho mai incontrato, ma alcuni dei suoi amici più stretti si riferiscono a noi come a degli “alter ego”. Credo dipenda dal modo in cui ci comportiamo e affrontiamo la vita – siamo entrambi timidi e avventurosi allo stesso tempo. Lance Loud ha detto che Andy aveva sempre l’aspetto di uno a cui manca qualcosa, ed è questa l’impressione che dò quando mi trovo in un locale, anche quando non mi sento così. È da qui che traggono origine alcune somiglianze nell’arte. Uno dei miei ex-ragazzi spesso sottolineava che la personalità di ognuno diventa il proprio stile, e quando si arriva a 40 anni, si comincia a sfruttarle questa cosa a proprio favore. Come se la timidezza diventasse il proprio stile – il proprio metodo di agire. Perciò non credo che le somiglianze che vede nelle opere siano dirette. […] Direi piuttosto che si tratta di somiglianze psicologiche, che nelle opere si esprimono come somiglianze nello stile. Nei miei ultimi film ho girato senza interruzioni, come fece lui in My Hustler. Quando l’ho visto per la prima volta ho solo pensato che fosse una maniera economica per girare un film, ma poi mi è sembrata una buona idea: girare senza tagliare, continuare a guardare.

Subito dopo Drugstore Cowboy del 1989 la Universal ha chiesto a Paul Bartel e me di scrivere un sceneggiatura su di lui. Abbiamo visitato la Factory e abbiamo incontrato il suo manager ed esecutore testamentario Fred Hughes, che sedeva su una sedia a rotelle nel suo ufficio. L’unico quadro sul muro era la Sedia Elettrica di Warhol. Fred voleva sapere come ci fosse saltato in mente di fare un film su di “lui” perché “lui” era la persona meno interessante del pianeta. Quando consegnammo la sceneggiatura alla Universal la risposta fu: “No, grazie”.
“Roll Forever” di Amy Taubin – da Sight and Sound, agosto 2007
http://www.bfi.org.uk/sightandsound/feature/49388
traduzione di Giovanna Canta
Descritto dal quotidiano Indipendent come “intellettuale, ma accessibile”, Sight and Sound, il mensile di cinema del British Film Institute, è stato spesso accusato di snobbismo ed elitarismo. Si distingue da altre riviste più commerciali per la cura con la quale recensisce tutte le uscite cinematografiche del mese, ciascuna corredata dalla lista completa di attori e membri della troupe. Ogni anno la rivista chiede ad un gruppo di professionisti del cinema di votare i migliori film di tutti i tempi. La classifica di Sight and Sound è oramai considerata dagli esperti del settore come una delle più autorevoli.
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