LETTE E...RIVISTE: le riviste di cinema da tutto il mondo - (Dicembre 2004)
Questo mese sguardo su: "Film Waves", "Video Watchdog", "Film Comment", "Scr(i)pt", "Asian Cult Cinema" e "Studio"

Non se ne può fare a meno: diventa come il nome di una sua storica rubrica -"trash taken seriously"- l'appuntamento con Asian Cult Cinema. Il fascino delle gridate copertine e delle ammiccanti retro-copertine del bi-mestrale Made in Florida ci porta questo mese alla scoperta di The grudge e alla ri-scoperta del coreano Old boy, sicuramente il film più visto(so) di Cannes 2004. Il suo sanguinario balletto della vendetta non poteva che invischiare la rivista in questione. A fuoco, tuttavia, non c'è tanto Park Chan-wook quanto Corey Yuen (Yuen Kwai), che non si esita a definire il regista numero uno di Hong Kong. Segue intervista (di Haki Hamamoto) a Gaira (alias Kazuo Komizu): un altro assaggio di sangue, splatter e paura, rinfrancato dall'angelica visione -nella back-cover- di una pseudo-coniglietta con le ali : l'attrice coreano-americana Lacey Tom, interprete di Asia Noir 4: Last Rites. Un film per soli adulti...

Gael Garcìa Bernal fuma in gonna rossa e parrucca bionda sulla copertina di Film Comment, evidentemente dedicato al cinema di Almodòvar e, nella fattispecie, a La mala educacion. Ad interessare la rivista è l'esplorazione sul concetto di identità del cineasta spagnolo, per cui ci si sbilancia con l'epiteto (in italiano) di maestro. E il verbo del maestro è contenuto in una galleria di citazioni consultabile solo online da tutti gli utenti. Altrettanto succoso il lungo dossier sul cinema coreano, che prende spunto dalla recente popolarità in Occidente di Kim Ki-duk per esplorare questa fiorente industria attraverso generi (horror e romantico) e personaggi (oltra al regista di Ferro 3, Hong Sang-soo), senza dimenticare gli indipendenti. C'è bisogno di ripetere che l'apertura sempre curiosa dell' ammirevole mensile del Lincoln Center di New York è una continua rassicurazione contro l'idea (incoraggiatada più pellicole e riviste ) che il "gusto del cinema" degli americani non è solo targato Hollywood e/o al profumo di barbecue del Quattro Luglio?
http://www.filmlinc.com/fcm/fcm.htm#toc

Una delle più grandi tragedie dei nostri tempi, il genocidio nel Ruanda, è arrivato al cinema e sulle pagine di Scr(i)pt: il mensile per gli sceneggiatori americani ne discute con l'autore Terry George, da cui si fa raccontare il lavoro dietro Hotel Rwanda. In un'altra intervista -a Niels Muller e Kevin Kennedy- viene messo a fuoco il processo di "drammatizzazione" di Sam Bicke, protagonista di The assassination ofo Richard Nixon: come un normalissimo "everyman" diventa attentatore del presidente degli Stati Uniti, e come portare la sua storia su uno script. Ma il vero personaggio del mese è lo sceneggiatore John Logan, o meglio il "soggetto" Howard Hughes, la cui incredibile parabola lungo l'America della Hollywood che luccicava è narrata in The Aviator. Poi si passa a questioni più pratiche: come istillare vita in un copione fantasy, in che modo evitare il pericolo-noia nell'action, e via dicendo. Fino a questioni strettamente ad uso e consumo del (foltissimo) gruppo di aspiranti sceneggiatori americani: è possibile voler scrivere di cinema e non risiedere a Los Angeles? È una questione che non ci attanaglia. Ma che ci fa venire un po' di invidia.

L'approccio di Film Waves è dichiaratamente no profit. Dialogare con i filmmakers e promuovere chi merita di emergere è il suo obiettivo. Il numero 25 (autunno 2004) propone un incontro con Daniel Mulley, vincitore di un BAFTA al cortometraggio e attualmente impegnato con Irvine Welsh. Dal cilindro del passato vengono estratti Ozu, Fellini e il formalismo russo. Infine si passa a un incontro con Andrew Eaton, produttore di Winterbottom e co-fondatore di "Revolution Films". l'intervista riprende un pezzo di Sigth and Sound in cui Richard Jobson (16 years of alchool) lamentava il vittimismo di certi cineasti inglesi, "sempre a pendere dai sussidi statali come gli agricoltori". Un così schietto richiamo a un'altra rivista non deve stupire in una pubblicazione che si prefigge anche di diffondere un'ampia cultura cinematografica, e a questo scopo sta anche tracciando una "storia delle riviste di cinema", arrivata con questo numero alla quarta puntata.

Oltre al bellissimo (e presentissimo) del momento, il talentuoso Jude Law (Alfie, Aviator, Sky captain and the world of tomorrow), che concede un'intervista esclusiva e il gradito diritto alla copertina, Studio di dicembre dedica i suoi profili principali a Daniel Auteil, Penelope Cruz e Vanessa Paradis, quest'ultima sugli schermi francesi con Mon ange. E visto che siamo in piena invasione di Matrimoni, pregiudizi e etno-cotillons, accanto alle Hollywood news ci toccano pure le Bollywood news. Poco male, perché l'internazionale del filmmaking ci porta poi in Israele, dove il regista di Train de vie Radu Mihaileanu sta girando il nuovo lavoro Va, vis e deviens. Poi il mensile francese oscilla tra la nostalgia (Vincent Minnelli) e il tributo (Philippe de Broca). E si concede un colpo di coda gioiosamente frivolo e modaiolo con l'intervista allo stilista Jean Paul Gaultier, che "rivela" quali film lo hanno influenzato nel lavoro.

L'avventura di Video Watchdog inizia con le rubriche di Tim Lucas su Video Times e Gorezone. In seguito, nei primi anni '90, Lucas fonda la sua rivista: passione per il fantasy, ma nessuna limitazone di genere o mezzo. Piccolo formato, pochissima pubblicità e un modesto bianco e nero. Oltre 10 anni dopo il trasversale mensile inglese tiene botta, forse merito dell'abbondanza di pareri, profili, approfondimenti. Nell'ultimo numero (Novembre 2004) si assite ad un'esplosione di cartoon: il destino di Bugs Bunny & co, dalle origini a Looney tunes back in action, i "contorni animati" del Vin Diesel di The cronicles of Riddick: dark fury, anime thrill inBlue Seed...E poi Jaqueline Bisset fa visita a un adolescente disturbato in Secret world, le avventure di Zatoichi 8 e 9 e l'horror transalpinodi La fille de Dracula. Non mancano i nomi: Joe Dante, Beverly Garland, l'accoppiata Zach Syder-George Romero (per il remake de Il ritorno dei morti viventi) e Abel Ferrara. Quest'ultimo riempie la rubrica "dotta" bibliowatchdog con la lettura della monografia Abel Ferrara: the moral vision. Copertina pop, sgargiante e scoppiettante.
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