SPECIALE "Minority Report" - Il segno funereo di Spielberg

Il cinema di Spielberg è finito da un pezzo, anche se è dura da ammettere... In realtà Spielberg (e Lucas) sono i collaborazionisti della panamericanizzazione dell'immaginario collettivo, proprio perché potenzialmente critici e alieni rispetto ai blockbuster. Una polemica aperta da Giona A. Nazzaro

E infine eccolo qui il nuovo e ultratteso film di Spielberg del quale dagli Usa si diceva un gran bene. Ovviamente nulla di tutto ciò che è stato scritto regge alla  prova della visione. Certo la fotografia ipersaturata di Kaminski fa tanto film di fantascienza russopolacca anni Settanta e i vetri trasparenti che fungono da file per qualche secondo intrigano, ma poi ci si scopre ben presto presi in trappola dal solito cinema ultranormativo di Spielberg, quella macchina che A.I. ha messo crudelmente in luce per negazione. Insomma, in epoca di guerre sante bushiane immaginiamo pure che qualcuno abbocchi all'amo di questo Minority Report che delle minority non ha proprio nulla e che la sua banale distopia possa essere confusa con una lucida analisi politica (anche se poi l'unico elemento potenzialmente interessante e politico è la compenetrazione delle superfici traslucide che viene però abbandonato immediatamente...). Insomma per gli hollywoodiani a oltranza Minority Report sarà l'ennesima prova del genio di Spielberg, anzi la conferma che lui è un cineasta politico e quant'altro (la macchina spettacolare che nutre il dissenso dall'interno, l'estremizzazione della lezione di Corman e quant'altro...). Il punto è un altro: il cinema di Spielberg è finito da un pezzo, anche se è dura da ammettere (chi scrive per esempio ha le sue brave colpe da scontare...) ma perseverare è diabolico, il va sans dire... In realtà Spielberg (e Lucas) sono i collaborazionisti della panamericanizzazione dell'immaginario collettivo, proprio perché potenzialmente critici e alieni rispetto ai blockbuster. Ma, se fossimo stati acuti e vigili, probabilmente avremmo compreso decenni fa (cosa che riuscì al compianto Serge Daney) che già Lo squalo annunciava Pearl Harbor...

Apocalittici a oltranza contro il principio di piacere? Ma per carità!!! Il problema è che per ogni sala occupata da Spielberg quanti schermi scompaiono a favore non solo di Julio Bressane, degli Straub, di Akerman, di Hou Hsiao-hsien e così via ma anche di Miike Takashi, George Romero, Walter Hill e la lista potrebbe continuare all'infinito. Ma, insorgeranno gli altri, non è colpa di Lucas e Spielberg se... ecc. ecc. E se invece fosse proprio colpa loro? Come fa Spielberg a rientrare dei 102 milioni di dollari di budget spesi se non occupa "militarmente" ogni sala disponibile del mondo? Chissà perché 'sta cosa ci sembra l'incubo della Precrime rovesciato: prima che possa esserci dell'altro cinema vi rifiliamo l'unico cinema possibile oggi in Occidente (e non solo...). Probabilmente dovremmo ritornare a giocare il gioco della complessità, del postmoderno ecc. ecc., ma sono più o meno vent'anni che va avanti 'sta storia e per poco non perdevamo tutto il resto del cinema a forza di stare appresso agli americani... (e magari ci facessero vedere quelli interessanti: Joe Dante quanti secoli sono che non fa un film?, Brian De Palma com'è che non viene distribuito negli Usa e in Italia? E John Milius?). Francamente non nutro alcun interesse per il cinema americano oggi e non basta certo Ron Howard a nobilitare un'idea di classicità americana che non esiste più (proprio come non esiste più il cinema medio americano...). Certo nel frattempo c'è stato Spider-Man di Raimi... e allora? Mica stiamo dicendo che gli americani non sono più in grado di fare dei film. Il problema è che il numero di titoli che vale la pena vedere, rispetto alle migliaia distribuiti in tutto il mondo è veramente risibile... Se non chiamate occupazione questa roba a cosa assomiglia un'occupazione a casa vostra? Mi dispiace sinceramente di aver visto Minority Report: non solo dura un'infinità (e l'inquadratura finale è degna di Tornatore), ma mi sarebbe piaciuto stroncarlo senza averlo visto: ormai bisogna letteralmente rifiutarsi di vedere certi film. Se la critica deve e può avere un ruolo, allora oggi è senz'altro quello di sottrarre il consenso a macchine che funzionano benissimo da sole (o siamo già nella fase in cui lo spettatore e la critica sono le propaggini dell'ufficio stampa?)... L'altro compito dovrebbe essere quello di raccontare che un altro cinema è possibile. Ma come farlo se si perdono due ore e mezzo appresso a Spielberg?

 

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