SPECIALE "Il figlio" - Il cinema del disagio
Luogo di lavoro/macchina. Sono questi i due estremi descrittivi che si permettono i Dardenne, questo il set in cui espiare la volontà di disegnare un itinerario di perdita e di riavvicinamento

Il rumore della carta vetrata che scivola rovinosamente sul legno è la fonte acustica di un lavoro duro, pesante, sicuramente poco riconosciuto. E' il lavoro di Olivier che ospita nella sua falegnameria dei ragazzi che hanno avuto problemi con la legge. C'è chi ha rubato, c'è chi ha ucciso. Il figlio di Olivier è stato ucciso da un suo coetaneo, senza una spiegazione plausibile. Il giovane assassino si ritrova a lavorare insieme al padre dell'ucciso, come se niente fosse. Senza saperlo soprattutto. I due corpi parlanti sono questi, il resto non conta. Olivier spia il ragazzo, lo pedina, lo tallona. Gli insegna a lavorare, mentre vorrebbe imparare ad ucciderlo. Lo osserva allora, ne scruta i giovanili sembianti, lo porta con sé per insegnarli a distinguere il legno. Luogo di lavoro/macchina. Sono questi i due estremi descrittivi che si permettono i Dardenne, questo il set in cui espiare la volontà di disegnare un itinerario di perdita e di riavvicinamento. E' un cinema del grido, del disagio, della sofferenza. Quella vera però, non quella da educande filmata da Mullan e compagnia bella. Il dispositivo morale innescato dai due terribili fratelli belgi è di quelli che non lasciano scampo, che fanno trattenere il fiato e che mettono l'occhio di chi guarda al centro di una prospettiva abitata da antichi furori dostoievskiani e nuove accensioni morali: non si tratta più di raccontare la realtà (volontà superata dalla polisemia trionfante di oggi), ma di interrogarsi sul punto di rottura della rappresentazione. Anzi, sui punti di rottura possibili dell'esibizione tout court. Il corpo di Olivier non è quasi mai mostrato per intero, la casa in cui vive ci viene restituita solo dalle occhiate furtive attraverso l'occhio liquido della sua cucina, e l'automobile da cui osserva il film mancato della sua vita è la proiezione assolutamente astratta di un finestrino appannato dalla pioggia. Non c'è più schermo, non esiste più rappresentazione. Dobbiamo accontentarci di un movimento che accarezza l'epidermide bagnata della composizione scenica, che ne sancisce la precarietà, disturbata dal fatto d'essere comunque parte di un progetto. Già, di un bel progetto. Raccontare il dramma di un occhio che deve riabituarsi alla luce di una vita senza il figlio, e descrivere la tragedia incontrollabile del perdono, della pace. Non è un'opera consolatoria questa dei Dardenne, anzi se possibile l'esatto opposto. Tutta la politica annacquata di questi tempi (cinematografici e non) racchiusa in un fiatone finale che dice tutto, senza aver visto niente, sulle possibilità di ri-accedere al controllo del visibile sotto forma di emozione. Due corpi su di un prato, carnefice e vittima uniti da uno stesso destino, e soprattutto la consapevolezza che quell'immagine lacunosa, mancante, vuota, ne racchiude al suo interno almeno altre mille possibili/digeribili/filmabili. D'altronde i Dardenne non riescono ad essere definitivi. Abbozzano uno schema percettivo, lo stravolgono in corsa, pagano ogni istante il peccato morale di voler dare un senso non ultimo a ciò che raccontano. Partono dunque dal frammento per tornare, se è possibile, ad un frammento ancora più piccolo del mondo dialettico che hanno creato. Non può esserci finale, non deve esserci soluzione di continuità tra un atto e l'altro. Solo in questo modo è ancora possibile restare fedeli ad un'idea di cinema pura, morale, incontaminata. E' per questo che quando Olivier corre dietro alla sua ipotetica vittima, non possiamo fare a meno di correre insieme a lui, soffrendo come lui, sudando al suo stesso modo. Non c'è ideologia, non c'è moralismo, non c'è riscatto. Il set è esploso. Ne siamo i detriti.
Titolo originale: Le fils
Regia: Jean Pierre e Luc Dardenne
Sceneggiatura: Jean Pierre e Luc Dardenne
Fotografia: Alain Marcoen
Montaggio: Marie Helène Dozo
Scenografia: Igor Gabriel
Costumi: Monic Parelle
Interpreti: Olivier Gourmet (Olivier), Morgan Marinne (Francis), Isabella Soupart (Magali), Remy Renaud (Philippo), Nassim Hassaini (Omar), Kevin Leroy (Raoul)
Produzione: Les films du Fleuve, Archipel 35 RTBF
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 100'
Origine: Francia, 2002
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