SPECIALE "Signs": il punto di vista dell'alieno
Nell'attuale panorama hollywoodiano, Shyamalan incarna il punto di vista dell'alieno, che poi, necessariamente, è anche quello del miglior Cinema...

La sapienza autoriale di M. Night Shyamalan sta tutta nella sua capacità di ricontestualizzare l'immaginario precostituito componendo delle opere immerse nell'America attuale. In fondo il problema fondativo del cinema d'oltreoceano che ci viene ammannito da un po' di tempo è tutto qui: l'incapacità assoluta delle nuove leve di concepire opere moderne, in grado di parlarci della nostra epoca come il cinema Usa ha sempre dimostrato di sapere/volere fare. Per cui le vie attualmente battute sono due, la riproposizione stantia dei vecchi cliché, secondo una metodologia che potremmo definire del "copia e incolla", che spesso si estrinseca in mere operazioni di sequel e remake; oppure l'eccessiva prudenza politica, che vanifica la portata di operazioni anche interessanti, e che in ultima analisi porta a imbastire film su argomenti già sorpassati. Entrambe derive fallimentari, che condannano in partenza molti (troppi) progetti, e alla cui implacabilità non sembrano sfuggire neppure i registi migliori.
Shyamalan lavora comunque all'interno di questa faglia, facendo sue le istanze di rielaborazione, ma con un punto di vista che è quello dell'alieno. Letteralmente: basti pensare alla soggettiva finale dell'ominide verdastro in questo Signs, l'opera che conferma definitivamente le capacità del Nostro. La "morte in soggettiva", con la quale il regista costringe lo spettatore a empatizzare col nemico. Il discorso non è banale nell'epoca della guerra preventiva, dove ogni minoranza è nemica per definizione quasi genetica. Il suo film peraltro metabolizza bene le paranoie post-11 settembre, passando in rassegna tutte le tappe dell'ossessione per il diverso: la voglia di arruolarsi dei giovani, l'enfatizzazione mediatica, il rapporto problematico con la fede. Ma c'è di mezzo il Cinema, e perciò Shyamalan, con grande arguzia, costruisce un ponte con l'altro grande periodo di paranoia americana, gli anni Cinquanta, quelli della Guerra Fredda e del Pericolo Rosso (d'altronde il desiderio di attacco preventivo di Bush paventa un nuovo maccartismo e quindi il parallelo ci sta tutto). E perciò chiama in causa il genere più rappresentativo del periodo, la fantascienza, e il tema delle invasioni spaziali. Che d'altronde Signs sia un blockbuster fantascientifico realizzato come un b-movie dei Fifties, pensiamo che nessuno possa smentirlo. In controtendenza al pur grande Lucas de L'attacco dei cloni, che ricolloca l'immaginario sedimentato riforgiandolo nel segno del digitale e abolendo la portata poietica del fuoricampo, Shyamalan lavora proprio in ossequio a quest'ultimo, non mostrando nulla. Neanche l'alieno del finale, infatti, può dirsi ben definito; il regista così, come aveva fatto già con l'horror (Il sesto senso) e il comic-fantasy (Unbreakable), primi due capitoli di quella che, a questo punto, può considerarsi una trilogia fantastica, riparte dai personaggi, ponendo al centro del campo le loro psicologie e il loro senso del vuoto, a detrimento dello spettacolo più esibito, ma anche più facile, corrivo.
La fantascienza anni Cinquanta, dunque: ma non solo, ci sono anche echi hitchcockiani, peraltro già evidenziati altrove (con la decisione del regista di mostrare Gli uccelli alla troupe prima di iniziare le riprese) e, soprattutto, di George Romero. Che la città del regista indiano, Philadelphia, sia in fondo anche il teatro del capolavoro Zombi, è un dato inoppugnabile: più specifico è il lavoro visuale sul tema dell'assedio, di matrice smaccatamente romeriana. Ma basta guardare il modo sapiente col quale Shyamalan rielabora certe figure retoriche come quella delle mani che si protendono verso gli umani (e la mdp) per capire che ci troviamo di fronte a un autore capace e pienamente consapevole, totalmente immune dalla logica dello scopiazzo prosperante altrove (lontanissimo dunque dalle operazioni stile Resident Evil).
Un regista che nel film si pone al livello del demiurgo: è lui, in fondo, a provocare l'allontanamento di Graham Hess dalla fede, impersonando l'involontario omicida della moglie. Un personaggio "negativo" e anche di matrice orientale, l'incarnazione, cioè, delle fobie del presente. Che ribadisce come, nell'attuale panorama hollywoodiano, Shyamalan incarni il punto di vista dell'alieno, che poi, necessariamente, è anche quello del miglior Cinema: non a caso i brividi non mancano e la tensione regna sovrana. Signs si candida così a risaltare non solo come una delle pellicole più asfissianti degli ultimi tempi, ma anche come un esempio forte di cinema controtendenza, originale sebbene derivativo: il film che, lo possiamo dire sin d'ora, già vanifica i tentativi annunciati di rifare pedissequamente i classici fantastici come La guerra dei mondi o gli altri capolavori del passato (fra i quali, quando si dice il caso, c'è anche il citato Zombi).
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