SPECIALE "Signs" - OK, parliamo di cinema
Shyamalan non rifiuta affatto, stando alle interviste rilasciate, un'interpretazione "religiosa" del suo testo. E ciò è scontato, per un giovane hindu che porta nel nome un'incarnazione di Krishna. Ma è l'apparizione pornografica dell'alieno a invalidare la costruzione del film. E alla fine il testo di "Signs" parla più forte dei sottotesti.

Parliamo di cinema, lasciando da parte la "politica". Vorrei. Eppure andare al cinema, fare un film sono gesti politici. Come qualunque azione. Agire è un gesto politico. E ogni tentativo di annullare la dimensione politica di un'espressione artistica (una qualunque delle sei arti primigenie) è destinato a fallire invariabilmente. Che discorso lungo, elevato, noioso, e già udito, sarebbe. Ma voliamo basso, e rimaniamo sul leggero: fermiamoci al cinema.
Anche un film in cui, per ipotesi, l'autore dichiarasse esplicitamente di aver voluto rimanere totalmente al di fuori di categorie affini alla politica, non avrebbe fatto altro che compiere un mirabile gesto politico. Figuriamoci, allora, come possa essere difficile - per non voler dire impossibile - tenere lontana questa categoria di pensiero dalla valutazione complessiva di un film, in cui un ex-prete circondato dagli alieni ritrova la fede grazie a un miracolo; un film, poi, le cui riprese sono iniziate il 13 settembre 2001. Del resto, Shyamalan non rifiuta affatto, stando alle interviste rilasciate, un'interpretazione "religiosa" del suo testo. E non c'è niente di più scontato, per un giovane hindu che porta nel nome un'incarnazione di Krishna, trapiantato da bambino in una nazione cristiana e cresciuto in scuole cristiane. Un'interpretazione religiosa, dicevamo, che infatti è più che legittima: ogni autore (e Shyamalan lo è) scrive ciò che vuole. Ma a mettere in discussione la validità ultima del suo film non è Mel Gibson che riveste gli abiti del prete (nessuno, mai e poi mai, nel paese lo aveva visto senza: lui stesso per primo. Sulla carta da parati segnata dall'assenza della croce, se avesse voluto, avrebbe potuto metterci un bel quadretto con una scena agreste): fermo restando che - è mia opinione, e quindi ha un valore né maggiore né tantomeno minore di quella altrui - ribadisco che c'è assoluto bisogno di molta meno fede negli dei, e molta, molta più fiducia nella capacità che le proprie azioni possono avere - nel loro piccolo - per modificare uno status quo che, eufemisticamente, potremmo definire "iniquo".
Ma parliamo di cinema (non ho mai smesso): a invalidare la costruzione di Shyamalan (per la quale, riconfermo, condivido tutti i termini iperbolici che ho letto in giro) non è, ripeto, la tonaca di padre Gibson, ma l'apparizione pornografica dell'alieno! Un avvenimento senza importanza? Addirittura un colpo di genio (l'esposizione al pubblico ludibrio, al ridicolo collettivo, del mostriciattolo, come dimostrazione di ingegno portentoso da riconoscere per "sottrazione negativa")? Niente di tutto questo: semplicemente la negazione di tutto ciò su cui Shyamalan ha costruito il proprio cinema, la caduta del dio in mezzo agli uomini, la sottomissione della fantasia alla realtà, perché - purtroppo - non è facile parlare di fatti umani (perdere la fede/ritrovarla, perdere l'amore/sperare di ritrovarlo...) senza mantenere i piedi saldi per terra; e così perfino questo essere (antropomorfo, naturalmente...) così iellato da rimanere sulla Terra ma troppo alto ed aggressivo per suscitare la simpatia di un E.T., è costretto a rivelarsi in tutta la sua nudità, inchinandosi all'umana necessità di vedere il nemico che si ha di fronte... Purtroppo, per noi, questo alieno (così veloce da sparire nel nulla, da saltare sui tetti, ma così incline ad essere ripreso da apparire perfino in un video amatoriale...) alla fine, si vede! La contraddizione è evidente, ma - attenzione - non siamo in un film di Lynch, ma in quello di un autore abituato a creare marchingegni di precisione mirabile, che si è trovato di fronte all'unica possibilità di concludere - con quelle premesse - il suo film. Continuo a pensare, quindi, che il testo di Signs parli più forte dei sottotesti (e lo dimostrano - basta entrare in un forum - le opinioni diffuse degli spettatori: o i film vengono fatti solo per gli addetti ai lavori, gli iperdotati della vista, i critici dalla sensibilità sopraffina?) e, considerando la portata "politica" del testo accoppiata alla debolezza delle scelte narrative - soprattutto nel finale - mi sento semplicemente deluso. E pensare che, con una pioggerellina leggera leggera, tutti questi problemini si sarebbero risolti, come per miracolo...
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