SPECIALE "Signs"- L'invasione vista dal ripostiglio
Svegliatevi!, ci dice Shyamalan, fatevi portare per mano dalla coscienza fanciullesca di chi con la televisione non ha ancora adottato l'Anticorpo. Rinchiudiamoci nel ripostiglio, sede preferita e spaventosa della ludica infantile, accendiamo la tv, regrediamo sino in fondo e addormentiamoci davanti.

Ci sono film che ti lasciano interdetto, che ti solcano dentro due vie di valutazione diametralmente opposte: film così così che hanno però il tenero coraggio di osare e di porgere il loro corpo nudo e imperfetto al giudizio degli occhi più allenati. Ce ne sono altri invece, che non consentono ripensamenti o vie di fuga del giudizio; opere che per la loro intensità e rigore riescono a farti affrancare da qualsiasi dubbio. Bene. Signs appartiene, senza ombra di dubbio, a questa seconda categoria. Pochi film, pochissimi purtroppo, riescono a ingenerare in chi li guarda ma ancor più in chi da essi si fa guardare, quel primitivo timore che fa da corredo alla normalità del quotidiano vivere. Viviamo in una società (e queste parole vogliono essere il più retoriche possibile) dove i segni che vorrebbero avvertirci sullo stato del suo organismo, vengono sempre più rimossi, portati alla deriva del visibile, del tangibile. Se esiste un meccanismo che produce segni, che gli alimenta, li fa collidere e poi li rigurgita senza possibilità di sosta, quello sta tutto dentro l'apparecchio televisivo. Dicono appunto che la televisione ci ha sensibilizzato le coscienze, resi vicini, consapevoli e dunque testimoni di un mondo non più solo per sentito dire. Siamo informati come non lo siamo mai stati, indottrinati come gesuiti ma, ahinoi, imperturbabili come manichini da salotto. Il rischio, pertanto, sta paradossalmente nella conversione in massa delle informazioni, nella sovreccitazione visiva. Nulla può più impressionarsi stabilmente nella nostra mente quanto nella nostra retina. E allora, se questo smarrimento della sensibilità è da imputarsi al sovraccarico di dati, nulla come in questo momento è più vicino a un possibile medioevo dell'informazione. Con la tv sono venute a tenerci compagnia delle nuove ombre nelle nostre pareti domestiche, delle ombre tremolanti che sono la proiezione di una proiezione di una proiezione... la televisione ha sostituito la candela e le ombre (in)consapevoli che ne derivavano.
Ma ecco che, memore di quelle ombre, quel gesuita (nell'accezione di cui sopra) di Shyamalan si diverte genialmente a costruire un'invasione tutta televisiva, tutta ripiegata dentro le pareti di una casa, là dove i mostri e l'informazione regnano sovrani (non è forse sul tetto, nei pressi dell'antenna che il primo alieno viene avvistato?) ma che alla fine dovranno irrimediabilmente specchiarsi nella morte annunciata di uno schermo spento. Svegliatevi!, ci dice Shyamalan, fatevi portare per mano dalla coscienza fanciullesca di chi con la televisione non ha ancora adottato l'Anticorpo. Rinchiudiamoci nel ripostiglio, sede preferita e spaventosa della ludica infantile, accendiamo la tv, regrediamo sino in fondo in fondo e addormentiamoci davanti.
E' bello che nel cinema di questo regista la speranza venga filtrata dagli occhi innocenti dei bambini, è bello perché non sanno (e non vogliono) riconoscere la simulazione e proprio per questo sono quelli che più intendono lasciarsi andare all'immaginazione, alla tv. Al cinema. Per estensione potremmo dire che il regista ci invita a entrare assieme a lui dentro quel ripostiglio e lasciarci andare alla magia del cinema, farci prendere d'assalto dalle immagini (come quelli che per la prima volta riprendono l'alieno con una telecamera), sobbalzare ancora, risvegliare i muscoli dal torpore e tenderli finalmente, con un colpo ben assestato, nel cuore dell'incredulità. Per dirla tutta, in verità, ci siamo entrati dentro un ripostiglio, ma lo scopriremo solo alla fine. Poiché l'alieno ferito dentro lo sgabuzzino del ragazzo che ha investito la moglie di Mel Gibson (guarda caso interpretato da Shyamalan) è lo stesso che verrà poi ucciso in soggettiva, dunque assieme a noi. Alcuni detrattori hanno lamentato al film il mancato approfondimento dei Signs del titolo, noi, in opposto, abbiamo capito che i segni (toccabili) nel grano, sono solo la prova, la proiezione tangibile per gli increduli non più fanciulli. Alla fine Mel Gibson reindosserà l'abito talare, bisogna avere fede sembra dirci il regista. Sì, ma nel cinema.
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