TORINO 20 - Cinema (del) mondo. Nel mondo

Torino era un festival pressoché perfetto, in cui la quantità, la qualità e la "visione" cinematografica si univano ad un location straordinaria nel centro della città. Quest'anno, pur rimanendo il filmfestival migliore d'Italia, perde la caratteristica cittadina infognandosi nell'inferno anonimo del centro commerciale Ling8.

Tani tatuwen piyabannat di Asoka Andagama, Sri Lanka 2002, film in concorso proiettato oggi, esempio ennesimo di un festival sempre giovane ma ormai capace di attraversare il mondo. Dall'America contemporanea di Fessenden al Portogallo di Pedro Costa, omaggiando Milius e Bressane e Gianni Amico, fino al dio/occhio di John Ford il Torinofilmfestival si muove a proprio agio nel mondo cinema sezionandolo nelle 11 sale monocrome (rosso, rosso, rosso) del Pathé!. A detta di uno "Steve" Della Casa, all'ultima direzione ma sempre presente, disponibile, cordiale sono tante, comode sale che permettono di ripetere un film anche tre volte per una Torino che finora ha lasciato spazio soprattutto agli accreditati, ancora non abituata a frequentare "l'altro mondo".

Non il festival, evento ormai radicato nella fervente vita culturale della città tanto da occupare 24 pagine su Torino Sette, allegato settimanale della Stampa locale, ma il Lingotto, primo stabilimento Fiat cui la mano di Renzo Piano ha portato allo scoperto la sua anima di vetro e acciaio creandone un centro commerciale/ congressi/ pinacoteca/ supermercato/ poste/ banche/ etc/ etc con sopra la storica pista. Lingotto è un mondo in cui pulsa il rosso cuore del Pathé!, il resto sono colori saturi di segni accoppiati in fantasia manierista (immaginate un'insegna rosso/ verde SuGò) o loghi onnipresenti.

 

E' il Ling8filmfestival; Torino con la sua "classicità", il suo "autunno dai colori mai visti altrove" (parole prese in prestito dall'immenso Dias de Nietzsche em Turim, film di prospettive di Bressane che Turigliatto con la solita maestria ha fatto precedere dal primo corto del brasiliano, 1965/66, anche questo dedicato ad uno scrittore Lima Barreto: Trajetòria) non c'è. Non c'è caldo né freddo, pioggia o sole, o meglio ci sono, come Torino o New York, ma sono cinema. Il resto è Dawn of the Dead di Romero, autore omaggiato lo scorso anno oggi sorta di premonizione/ scherzo diabolico giocato dal diavolo nella sua città, fabbrica/ mondo passato da catena di montaggio a catena di passaggio (di soldi, di gente) in cui noi dobbiamo rimanere.

Dunque cinema del mondo nel mondo, con la realtà che può essere soltanto cinematografica perché il resto, insieme al mal di testa e alla nausea fa venire un'enorme voglia di nero blackblock che surroghiamo col buio della sala, in cui luce, clima, colori, quantità e qualità sono, come da venti anni, "fuori dal mondo".

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