TORINO 20 - "O Anjo Nasceu" Incontro con Julio Bressane

"Cito una frase di Benjamin: "Io faccio libri per me stesso, se nessuno li leggerà, neanche io, rimarranno lì per la memoria di dio". Se qualcuno ha fatto qualcosa, qualcun altro si interesserà, a meno che non sia di Marte, perché l'arte è allusiva. Questo è cinema fatto da nessuno per niente e in modo clandestino."

Iniziare con una citazione, seguita dall'autodefinizione di monoglotta, che tante volte durante il festival ha ripetuto anche nelle brevi presentazioni dei singoli film, anticipa uno dei temi filmici dell'ultimo Bressane, di cui si è parlato meno in questo incontro. Allo steso tempo la "questione della lingua" è cruciale in tutto il suo cinema, che prima si sofferma sul linguaggio del Cinema Novo (Cara a Cara), poi affronta come linguaggio il cinema stesso (O Anjo Nasceu, Matou a famìlia e foi ao cinema), ritorna alle origini mute a Londra per poi arrivare ai Sermoes- A Historia de Antonio Vieira e Sao Jeronimo. Questo incontro si è tenuto dopo la proiezione di Memòrias de um estrangulador de louras, primo film londinese di Bressane, costretto all'esilio politico dalla dittatura militare e a quello cinematografico dal gruppo del Cinema Novo, privo di parole, ritmico e ripetitivo, filosoficamente "incosciente". Cinema originario, girato appena approdato in Inghilterra da un Bressane che si sentiva rinascere dopo aver pensato di morire, sempre molto vicino alle tappe esistenziali del suo autore, captato nel suo farsi, ponendosi, come o nel, confine dentro/fuori, da o di se.

Bressane è cinema invenzione del futuro, esperienza esperimento del rimettersi in gioco tra coscienza e fantasia, lucida follia, lucidità della follia, che si fa fantasma tra noi e il nulla oltre lo schermo. I suoi sono film antropofagici che hanno fatto proprio l'essere umano nella sua totalità, senza ipocrisie o teleologismi, ne afferrano la finitezza e l'emotività, ma attraversano tutta l'arte, la fagocitano come produzione antropomorfa, che nasce dalla nostra parte spirituale, squisitamente umana. L'enorme antro, la bocca mostruosa che è il cinema di Bressane, situata sicuramente in Brasile, mastica Godard e Kubrick (l'odissea di San Girolamo con il monolite sferico in bilico), Debord e Vigo, Lima Barreto e Nietsche, c'è tutto il mondo perché c'è tutto l'essere umano. Nel suo farsi acquista ogni volta coscienza e apre nuove prospettive, nuove traiettorie, spazi sconosciuti e inesplorati.

Grazie a Roberto Turigliatto e Simona Fina, al Torinofilmfestival, per aver riportato alla luce un cineasta immenso.     

 

Io sono monoglotta, parlo solo il portoghese, che ho imparato da bambino. Le lingue non sono sinonime, sono l'espressione di qualcosa che ci fa sentire il mondo e creare, il mio immaginario appartiene alla lingua portoghese. Se si impara una lingua e si comincia a sentirne la voce da piccoli è quella che ci porterà avanti con la tradizione e la realtà, la memoria, l'immaginazione, il passato, tutto. E' difficile esprimere quanto riguarda il mio cinema, che è difficile da tradurre, locale, collegato al luogo. Un cinema difficile da accettare, sembra strano, i miei film non sono grandi temi ma questioni geografiche.

I miei luoghi comuni cinematografici passano attraverso il cinema brasiliano. Anche ciò che arriva dal cinema russo, francese o italiano passa attraverso il cinema brasiliano. La mostruosità (il termine in Bressane indica figure mitologiche rappresentanti  intrecci etnici e cultural) che vi si è verificata ha riguardato l'immagine, la musica, o usare un attore come Grande Otelo che aveva fatto centinaia di film popolari.

La situazione del Brasile alla fine degli anni '60, quando avevo 20, 22 anni, era più difficile di quanto possiate immaginare, e ancora non esiste qualcuno che abbia ricostruito la mentalità  di quell'epoca. Nel mio paese c'erano ottimi cineasti, un cinema che non si trovava da nessun'altra parte, contro l'eurocentrismo, fatto difendendo qualcosa che oggi è oggetto di derisione: non si pensava al pubblico ma a se stessi. Io sono autistico, non so cosa significa politica, non ne capisco il meccanismo, forse per questo sono stato escluso; ci vuole una vivacità che non ho come persona.

La mia visione del Cinema Novo ho avuto modo di esternarla, come critica cinematografica fatta con lo stesso linguaggio intrasemiotico, in Cara a Cara, che è un film che canta il suo amore al Cinema Novo. Quindi il mio rapporto è stato come per tutte le cose artistiche di affettività; ho molto affetto per quei film, però non so di preciso cos'è Cinema Novo, Nouvelle Vague o Neorealismo, per me non esistono gruppi artistici, solo individui. Io non so che significa tutti! Questa è una delle ragioni dell'inaccessibilità di un cinema fatto per se stessi che non escludeva nessuno, che non credeva al gruppo e proprio per questo era più facile schiacciarlo.

Ci sono stati molti malintesi, di natura anche politica, interpretazioni distorte di molte azioni. Fu un'epoca molto triste, mi sono trovato male e sono andato via per un'accusa di collusione con il terrorismo, non del tutto infondata, nel senso che avevo una certa simpatia, ma questa, agli occhi delle autorità, è andata oltre lo schermo. La mia esistenza, non la mia vita o il mio lavoro, è stata interrotta e per questo mi sono trasferito in Inghilterra come chi va verso il proprio naufragio sapendo che la barca era condannata. Ma è stata una grande sorpresa, per me, il fatto che la nave non è affondata, anzi sono rinato. In Inghilterra, anche senza chirurgia plastica, ho cambiato pelle e dopo un bagno d'acido mi sono rinnovato sotto molti aspetti. Lì ho trovato un amore che mi ha aiutato a sopportare quei momenti difficili e poi quelli futuri. Mi sono sentito molto bene, il freddo, l'isolamento, quell'asprezza mi hanno giovato molto. Per me il freddo è stato una droga fantastica, meglio delle altre.

Perché l'Inghilterra? Diciamo che non l'ho scelto ma sono stato scelto. E' un gioco di parole, lo so, ma andai in Inghilterra per caso, dopo che a Parigi non ero stato accolto bene, anche se vi rimasi. Poi, un gruppo di brasiliani mi ha chiamato a Londra e mi ci sono fermato per puro caso, lo stesso motivo per cui vi ho trovato chi mi ha sopportato (e in questo senso posso dire che l'amore è un sentimento eterno se qualcuno riesce ad addomesticare il tuo cuore). L'Inghilterra è un posto straordinario, dove ho imparato cose che non avevo appreso nel mio paese.

Quell'epoca, i primi mesi del '70, è un momento a cui devo molto. Vivevo a Londra, era subito dopo il '68, ed io ero molto interessato ad un poeta americano, Ezra Pound, che ho continuato a studiare per molti anni. Pound è stato importante per molte ragioni, soprattutto per quanto riguarda il montaggio ideogrammico, cioè unire una grande quantità di materiali diversi e accostare due immagini per ciò che potevano suggerire: qualcosa di barocco, anormale, direi un'aberrazione nel rapporto tra i materiali montati. C'era poi una parte della filosofia francese che cominciava ad emergere Derrida, Deleuze e anche Foucault, l'idea della differenza e della ripetizione, e l'unico contributo che il Brasile ha dato al pensiero mondiale: il concetto di antropofagia.

Tutto questo è stato deglutito e trasformato in un'altra qualità, è il poco di coscienza (che a me interessa poco, mi interessa l'incoscienza, i segnali aborigeni) che c'è. Era lì davanti ai miei occhi ma non era la cosa più importante, la cosa più importante era quello che io non sapevo che lo fosse, per quello ho fatto il film Memòrias de um estrangulador de louras. Ho organizzato tutto quanto perbene, sempre nel minimo che io riesco ad organizzare, che è poco in funzione di questa forza incosciente che è oggetto della filosofia di cui ho parlato, la forza della follia. Cosa e come fare per trasformare questa forza, centrale in noi e tra noi, è il mio progetto. Interferisco poco nel film, conosco l'inizio e la fine poi vado errante, il mezzo lascio che si faccia da se, che si sviluppi.

Avevo ancora delle risorse personali che mi hanno permesso di coinvolgere altre due persone, Laurie Gane per la fotografia, che ha fatto un lavoro molto originale (che il laboratorio ha bruciato 20 anni dopo, lasciando opaca una luce che prima era molto bella) e l'attore Guarà. Ho fatto un film senza dialoghi in cui la luce e la musica organizzano le immagini, in condizioni estreme, che è stato visto al massimo da 5, 6 persone. Rivedendolo oggi, Memòrias de um estrangulador de louras mostra delle forze di tensione che esistevano allora e che non esistono più oggi, senza quelle, che ne hanno forzato la fattura, presenta un aspetto nuovo, ne fa un film che prova ad astrarsi dalle cose, qualcosa fuori di noi. C'era qualcosa di spontaneo in me, ad esempio molto umorismo, che è un elemento più liquido delle altre cose.

Ma durante la mia vita in Inghilterra non ho neanche pensato cos'era che mi portava a fare film, non me lo sono chiesto, ho fatto due film (l'altro è Amor Louco) e basta.

Quasi tutti i miei film, se non tutti, li faccio senza sapere cosa siano, perché se lo sapessi non li farei. Rispondono ad una voce incosciente, ad una forza involontaria, aborigena, che ho lasciato emergere. Io faccio cinema improvvisando, come un procedimento musicale di tipo jazzistico. L'arte è espressione individuale, impressione individuale di una situazione generale. A mio modo di vedere l'espressione arte impegnata è qualcosa di infantile, fare ciò che vuoi senza cercare un fine, altrimenti non è più arte; l'arte non ha niente a che fare con il pensiero.

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