“Il Signore degli Anelli” di Peter Jackson

L’impresa di una riduzione cinematografica era titanica, perché il mondo tolkeniano è incredibilmente complesso e visionario di suo ma Peter Jackson non si è fatto intimidire da Tolkien e ha rappresentato sullo schermo “un fantasma personale"

Curiosa la penultima frase della filastrocca che accompagna, nella trilogia di Tolkien, la leggenda del potere: “Un Anello per domarli, un Anello per trovarli, un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli”. Curiosa perché nel buio della sala cinematografica siamo rimasti davvero incatenati e soggiogati; non dall’oscura magia del Sire della Reggia Tetra ma dai 170 minuti (abbondanti) dell’opera di Peter Jackson. Quindi tiriamo – da fan del libro – un sospiro di sollievo. Il film dell’eccentrico regista neozelandese, ironico (ex) profeta dell’horror e dello splatter, è bello. L’impresa di una riduzione cinematografica era titanica, perché il mondo tolkeniano è incredibilmente complesso e visionario di suo. Inoltre conta milioni di appassionati. Anzi, per tasso di fanatismo possiamo tranquillamente parlare di adepti inferociti come orchetti di Saruman, pronti a perseguitare in caso di fallimento Jackson e la moglie Fran Walsh, che firma con lui la sceneggiatura. Il cineasta ha vinto la sua sfida grazie a due importanti scelte. La prima: non si è fatto intimidire da Tolkien e ha rappresentato sullo schermo (citiamo parole sue) “un fantasma personale”, ovvero l’idea che lui ha sempre avuto dell’universo evocato dallo scrittore inglese. Questo gli ha permesso da un lato di infischiarsene ragionevolmente della fedeltà al romanzo (che è cosa diversa dal “rispetto”), dall’altro di sintetizzare senza rimorso un sistema narrativo ingarbugliato. La seconda scelta è puramente estetica. Jackson ha trasformato il suo stile di regia da molto marcato a funzionale al testo. Si è rifatto al racconto d’avventura classico, quello che nella messa in scena di un “viaggio” (della diligenza o di una compagnia di valorosi, poco importa) segue il naturale ritmo del percorso. Ha dovuto fare i conti con gli effetti speciali, questo sì, senza però subirli. Anzi, rivalutandoli con una certa ironia, proponendoli attraverso la loro evoluzione (il grande troll che quasi uccide Frodo nella città dei nani è animato come ai tempi di Ray Harryhausen) che però si ferma a un certo punto, non tracima in maniera irreversibile nel digitale. In questo senso “Il Signore degli Anelli” è deliziosamente retrò.
È insomma la concezione dello “spettacolo” ad affascinarci. L’idea che il primo evento cinematografico del nuovo millennio sappia emozionare recuperando formule da Hollywood anni ’40, quella che pensava in grande, quella dei produttori e di “Via col vento”. La Hollywood dell’immaginario popolare, per cui si attendono con trepidazione i duelli, le fughe, l’eroismo, la malvagità di cattivi a tutto tondo (Christopher Lee for President!) e la scena d’amore che ti strazia. Licenza poetica del regista: nel primo libro Arwen (Liv Tyler) si intravede appena; nel primo film, invece, blocca i cavalieri neri e rinuncia all’immortalità per amore di Aragorn. “Preferisco vivere un’unica vita con te che tutte le ere da sola”. Come resistere?
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