“Vanilla Sky” di Cameron Crowe

L’immagine inganna, non siamo più in grado di distinguere il vero dal falso, il sogno dalla realtà. Eppure è un bene. La perentorietà seccamente decisiva dello svelamento non ci interessa. Non sono certezze quelle che vogliamo dal cinema

Chiudere gli occhi. Una chiusura incondizionata, totale, quasi drammatica nel suo tentativo di ri-fare per l’ultima volta i conti con un approccio percettivo alla realtà che ci sembrava improvvisamente distorto, sfalsato, ritardato rispetto al solito. Poi, aprire gli occhi. Si è intravista una maschera facciale tesa a nascondere i terribili segni di un incidente stradale, un terremoto dello sguardo incapace di decifrare i contorni di un quadro visivo traballante, uno sguardo tormentato sulle cose e il loro senso, la loro forma. “Vanilla Sky” nasce da questo raggelarsi della visione d’insieme su se stessa, e dalla terribile/sublime impasse di un occhio incapace di riaprirsi alle insidie contenute nel solo gesto del vedere. Non si tratta di un temporaneo scacco dello sguardo, ma di una reale metastasi del visibile quale generatore di sentimenti percettivi sballati, bugiardi, irreali. Non riconciliati insomma con la loro natura di cifrature velate dell’ineffabile, astrazioni in-complete di un senso introvabile. Non possiamo più vedere, non riusciamo più a vedere con gli occhi del protagonista. Non può scattare identificazione alcuna con occhi malati, stanchi di osservare l’incessante divenire della propria forma e il lento precipitarsi della realtà così registrata sui binari morti del non-sense, del fermo immagine di una dissolvenza, quella del proprio mondo, delle proprie abitudini, del proprio modo di sentire le cose. Il protagonista è un produttore ricco e agiato, si circonda di donne senza amarne nessuna. Fin quando non incontra quella "sbagliata", quella in grado di far deragliare la sua esistenza su una deriva fino a quel punto inimmaginabile. Ecco quindi l’incidente stradale, la morte della donna che guidava l’auto, il ricovero del protagonista, e il suo ritorno ad una vita che non sarà più come prima. Il suo viso è sfigurato, il suo incedere zoppicante, il suo sguardo filtrato dai fori di una maschera facciale che gli dona una sia pur minima sembianza di normalità. La doppia vita di una stessa visione è tutta racchiusa in questi piccoli atomi descrittivi che non potranno mai rendere appieno la sostanza del cambiamento nel guardare. Quale potrebbe essere il modo di continuare a vedere? La risposta si trova nell’aprire, nello sgranare letteralmente gli occhi, in attesa di una qualche possibile ri-nascita del contatto con l’oggetto dello sguardo. Ma non è così facile. Le aporie connesse alla sola volontà di riaffermare un dominio sui propri sensi sono tante e difficilmente scioglibili. Non resta che provare ad affollare il visus, il quadro prospettico parallelo alla traiettoria visiva dello sguardo con tanti, diversi, fantasmi della visione, quelli capaci di complicare ancora di più le cose, fino alla trasmutazione finale in una forma unica, dall’aspetto chiaro e definitivo. Crowe – basandosi su “Apri gli occhi” dello spagnolo Amenabar di cui “Vanilla Sky” è il remake (con Penelope Cruz che interpreta nuovamente lo stesso personaggio)- sceglie decisamente questa strada, dimenticandosi forse però di giungere allo scioglimento finale. Ma poco importa. Ciò che conta davvero è la capacità di praticare il territorio cinematografico riempendolo di ostacoli alla visione, facendo scattare quella identificazione altrimenti negata con un occhi incapaci di rivedersi quali portatori di una percezione effettiva. L’immagine inganna, non siamo più in grado di distinguere il vero dal falso, il sogno dalla realtà. Eppure è un bene. La perentorietà seccamente decisiva dello svelamento non ci interessa. Non sono certezze quelle che vogliamo dal cinema. Ci piace crogiuolarci nel dubbio dell’esistenza, nella relatività del giudizio, in un‘immagine forse mai esistita in cui racchiudere tutte le perplessità sul nostro vedere che ci piace accarezzare dolcemente, sicuri e contenti di non poter mai essere smentiti. Da nessuno. Neanche dall’opera di Crowe. Che ha un certo suo finale, che per certi versi va a finire da qualche parte. Ma che ha il coraggio di insinuare nelle sue maglie più nascoste il sacrosanto tarlo del dubbio, sublimato in volontà di non arrendersi mai di fronte all’evidenza superficiale del mostrato, del visto, del subito. E se il protagonista Cruise è condannato in partenza al non poter più amare, al non poter più ri-abbracciare la persona amata, beh, si tratta di un falso movimento, di una falsa apparenza. L’eternità del desiderio, dell’amore, è lì ad attenderci. Non c’è inganno stavolta. Non c’è illusione.Titolo originale: Vanilla Sky
Regia: Cameron Crowe
Sceneggiatura: Cameron Crowe basata sul film “Apri gli occhi” di A. Amenabar
Fotografia: John Toll
Montaggio: Joe Hutshing, Mark Livolsi
Musica: Nancy Wilson
Scenografia: Catherine Hardwicke
Costumi: Betsy Heimann
Interpreti: Tom Cruise (David Aames), Penelope Cruz (Sofia Serrano), Cameron Diaz (Julie Gianni), Kurt Russell (McCabe), Jason Lee (Brian Shelby), Noah Taylor (Edmund Ventura), Timothy Spall (Thomas Tipp), Tilda Swinton (Rebecca Dearborn), Michael Shannon (Aaron), Delaina Mitchell (aiutante di David)
Produzione: Cameron Crowe, Tom Cruise, Paula Wagner per Cruise-Wagner Productions/Vinyl Films
Distribuzione: U.I.P.
Durata: 134’
Origine: Usa, 2001
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