“Le lacrime della tigre nera” di Wisit Sasanatieng
Wisit Sasanatieng crea, come Hergé con il fumetto, una “democrazia della forma” rappresentando un mondo interamente oggettivo.
“Le lacrime della tigre nera” è un festival delle contaminazioni dove la forma precede il significato, dove la “maniera” si fa carico di rappresentare, come in un fumetto, personaggi primari in un contesto primario. Un ipermanierismo che con deflagrante capacità di rappresentazione prende in prestito la struttura del melodramma e le icone del western e leggero come una foglia al vento colora l’universo rappresentato con la plasticità del “realismo ingenuo”. Wisit Sasanatieng infatti, sembra adagiare la sua visione oggettivistica della messinscena sulla pelle dei protagonisti e non soltanto sulla forma delle cose. Crea, come Hergé con il fumetto, una “democrazia della forma” rappresentando un mondo interamente oggettivo. “Le lacrime della tigre nera” vincitore a Cannes nella sezione “Un certain regard”, vira in digitale l’espressionismo connaturato nel colore e, grazie alla capacità evocativa di quest’ultimo, si fa largo con uno spettro di sensazioni che vanno a sopperire la mancanza di denuncia psicologica in seno ai personaggi. Film volutamente e efficacemente didascalico. Spesso il regista crea quasi delle vignette (la scena del primo duello con un serpente come vittima e la penultima sono emblematiche) e usa la carrellata come fosse l’occhio del lettore che da sinistra a destra si muove sulla pagina. E come nel fumetto vi è una dilatazione del tempo che sta al di fuori della diegesi, che dipende dal lettore. Il tempo in questo film è iscritto sulla carta più che sulla pellicola, non sembra mai sussistere infatti il timore di perdere l’attimo. A questo proposito la frase posta nel prologo e incorniciata da una sorta di balloon che recita “Siete riusciti a vederlo? Altrimenti lo ripetiamo” sembra mettere in chiaro immediatamente la cifra stilistica adottata. Se nel 1966 Nagisa Oshima con il suo innovativo “Ninja bugeicho” usa le strisce di un famoso fumetto di Shirato Sampei per filmarlo e montarlo a suo piacimento, nel 2000 Wisit Sasanatieng sembra ripercorrerne l’assunto teorico condito con l’odierno gusto della contaminazione.
Titolo originale: Fa talai jone
Regia: Wisit Sasanatieng
Sceneggiatura: Wisit Sasanatieng
Fotografia: Nattawut Kittikhun
Montaggio: Dusanee Puinongpho
Musica: Amornpong Methakunawat
Scenografia: Rutchanon Kayangnan, Akradech Kaew Kotr
Costumi: Chaiwichit Somoboon
Interpreti: Stella Malucchi (Rumpoey), Chartchai Ngamsan (Dum), Supakorn Kitsuwon (Mahesuan), Arawat Ruangwuth (Kumjorn), Sombat Metanee (Fai), Pairoj Jaisingha (Phya Prasit).
Produzione: Pracha Maleenont, Brian L. Marcar, Nonzee Nimibutr, Adirek Wattaleela
Distribuzione: BIM
Durata: 110’
Origine: Thailandia, 2000
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