“Il nostro matrimonio è in crisi” di Antonio Albanese

La presenza scenica di Albanese è indubbia, così come è indubbio il (potenziale?) potere di una fisicità più simile ad un cartone animato che alla realtà. Ma quanto c’è di cinematografico in tutto questo?

La forza disgregante e un po’ rabbiosa del buonsenso popolare contro i vizi esotici di un’alta borghesia alla ricerca del suo “io”. In una lunga gag dilatata fino a diventare lungometraggio una telecamera segue pigra i quadretti di un’allegra brigata non proprio boccaccesca, ma anzi impegnata a fare ippoterapia e body massage in un agriturismo deluxe. Unica corda stonata, unico elemento fuori contesto in questo costoso paradiso indo-bucolico, è Antonio, un Albanese in bilico tra il desiderio (frustrato) di armonizzarsi con il resto del cast e quello di dare libero sfogo ad una comicità che procede per accumulazione e per precisione nel consegnarci esattamente la battuta che ci saremmo aspettati. La presenza scenica di Albanese è indubbia, così come è indubbio il (potenziale?) potere di una fisicità più simile ad un cartone animato che alla realtà. Ma quanto c’è di cinematografico in tutto questo? Il sospetto è che ci sia troppa televisione in questo setting dove, per convenzione narrativa, i televisori sono banditi. Ed in virtù di ciò la risata dello spettatore la si ricerca attraverso il tormentone, piuttosto che nella battuta fulminante. Così come televisive ci appaiono le immagini, così placidamente ed esilmente descrittive, nel ritrarci una campagna ornata di colline assolate e musicata da cicale e grilli, popolata da sete indiane e pashmine, ingentilita da candele profumate. Paradossalmente, risulta visivamente vincente l’ambiente che si vorrebbe deridere, perché sa troppo di spot, e soprattutto perché non c’è una vis comica abbastanza forte da contrastare la seduzione degli ambienti. La volgarità dei radical-chic dipinti dal film è piatta e pallida, non emerge con dei toni abbastanza grotteschi. E da parte sua, Albanese risolve il contrasto saggezza popolare/stupidità altoborghese con il turpiloquio, piazzando un “vaffaculo” qua e un “i miie coglioni” là, in posizione simmetrica rispetto ad una lezione di “coccole e carezze” o ad un discorso sull’autostima. È una semplicità (intesa come “L’intelligenza del semplice”) che non convince, perché di new age si sa tanto e si è parlato tanto, ed una (non nuova) parodia di questo fenomeno avrebbe richiesto ritmi più spigliati e trame più articolate. Qui il semplicismo prevale sulla semplicità, e i personaggi che Albanese ci presenta si fermano alla macchietta, si concretizzano in colorato immaginismo televisivo ed è per questo che risultano più convincenti le cicale del sottofondo. Peccato, perché ci sono alcune interessanti trovate, come il personaggio del “grande intellettuale di sinistra che scrive su un prestigioso quotidiano di destra” e non parla mai “per non essere strumentalizzato”. Così come si salvano alcuni attori di contorno, Silvana Bosi e Daniela Piperno (entrambe già viste in “Pane e Tulipani”) e Giovanni Pontillo. Ma nel complesso è tutto troppo esile, incluso il finale, perché si possa parlare davvero di riuscita comicità, almeno in termini cinematografici. Regia: Antonio Albanese
Sceneggiatura: Antonio Albanese, Vincenzo Cerami, Michele Serra
Fotografia: Massimo Pau
Montaggio: Patrizio Marone
Musiche: Nicola Piovani
Scenografia: Sonia Lucia Peng
Costumi: Elisabetta Gabbionetta
Interpreti: Antonio Albanese (Antonio), Aisha Cerami (Alice), Dino Abbrescia (Pippo), Davide Dal Fiume (Gennaro), Romano Ghini (padre di Antonio), Silvana Bosi (madre di Antonio), Piermaria Cecchini (Bigazzi), Hassani Shapi (Elvis), Shel Shapiro (Makerbek), Daniela Piperno (Marika), (Giovanni Pontillo (Matarano Mi.) Irene Ivaldi (Teresa).
Produzione: Aurelio De Laurentis
Distribuzione: Filmauro
Durata: 90’
Origine: Italia 2001

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