“Mi chiamo Sam” di Jessie Nelson

L’opera di Jessie Nelson fa uso di una macchina da presa tremolante che vorrebbe denunciare ma non trova complicità in una scrittura che sa solo didascalicamente puntare al cuore, cristallizzando il suo sguardo sulla gestualità “malata” dell’Actor’s Studio

Sean Penn non è il primo e non sarà l’ultimo, prima o poi ogni attore che si rispetti dovrà calarsi nei panni di un disabile, dovrà rivedere le sua motricità e prodursi in iperboli del biascichio. Dovrà svuotare di senso e di segno lo sguardo, disorientare il gesto, se stesso, lo spettatore. Ed è a questo, appunto, che in “Mi chiamo Sam” assistiamo. Chiunque affronti un’impresa del genere sa bene che in primis dovrà fronteggiare, come ogni attore, non solo un personaggio caratterialmente diverso ma anche, e soprattutto, una patologia fisica e mentale. Non si calerà semplicemente nei panni altrui ma dovrà compenetrare le coordinate fisiche di un altrove rappresentabile, di un altrove patologico dunque sconosciuto. Un attore di sesso maschile che per finzione debba rappresentare-imitare una donna sonderebbe un territorio limitatamente sconosciuto rispetto a quelle che sono le geometrie avulse di un corpo e di una mente colpiti da handicap. Dunque, questa tappa, quella di destabilizzarsi e azzerarsi nelle anomalie di un corpo-attore, sembra essere, paradossalmente, quella che più di ogni altra proclami la quint’essenza della perfezione recitativa. Questo Hollywood lo ha compreso da tempo e dopo i premiati Dustin Hoffman, Daniel Day Lewis e Tom Hanks, si fanno sotto Russell Crowe e Sean Penn. E’ proprio su quest’ultimo che incentriamo la nostra discussione prendendolo come terminale punto di riferimento e metafora di un’intera cinematografia (hollywoodiana) e di un intero film (“Mi chiamo Sam”). Sì perché Sean Penn, marginalmente coadiuvato da una Michelle Pfeiffer che scimmiotta se stessa, mesmerizza l’azione là dove (ovunque) il film duole. La regista Jessie Nelson più che avere un ruolo veramente attivo nella messinscena, si limita a organizzare le volute di un cinema che collassa sul corpo di Sam/Penn. E’ infatti sempre deprecabile un cinema che adotti come punto di riferimento una “figura pietistica”, affidando interamente alla sua fisicità-recitazione gli oneri della denuncia sociale. Questo è il cinema hollywoodiano di fronte al quale vorremmo socchiudere gli occhi per proteggerli dalla facile lacrima, per questo ricattatoria, e dalla superficialità degli assunti. “Mi chiamo Sam” fa uso di una macchina da presa tremolante che vorrebbe denunciare ma non trova complicità in una scrittura che sa solo didascalicamente puntare al cuore, cristallizzando il suo sguardo sulla gestualità “malata” dell’Actor’s Studio, dal quale sembra esimersi soltanto la brava Laura Dern. Titolo originale: I am Sam
Regia: Jessie Nelson
Sceneggiatura: Pristine Johnson, Jessie Nelson
Fotografia: Elliot Davis
Montaggio: Richard Chew
Musica: John Powell
Scenografia: Erin Cochran
Costumi: Susie DeSanto
Interpreti: Sean Penn (Sam Dawson), Michelle Pfeiffer (Rita), Dakota Fanning (Lucy), Dianne Wiest (Annie), Loretta Devine (Margaret Calgrove), Richard Schiff (Turner), Laura Dern (Randy Carpenter).
Produzione: Marshall Herskovitz, Jessie Nelson, Richard Solomon, Edward Zwick
Distribuzione: Nexo
Durata: 132’
Origine: Stati Uniti, 2001
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