"A torto o a ragione" di Istvan Szabo
In una Berlino di cartone, la storia si oppone alla storia dell’arte con semplicismo bipolare, il conflitto tra artisti e politica resta sospeso e la sola perdente è la musica classica.
Sinfonie concertistiche per cinema da camera. E di forte matrice teatrale. Teatrale in primis perché da una pièce di Ronald Harwood è tratto il soggetto. Poi perché buona parte dell’azione si svolge in un interno, al di fuori di cui si staglia una Berlino di cartone e matita. Teatrale infine, e sfortunatamente, per il piglio del divo Keitel, che urla e gesticola come se dovesse essere visto e udito da metri e metri di distanza, affidando la conquista del suo spazio scenico ad un agitarsi a suon di “fuck this and that” e di piedi sul tavolo. E questo personaggio privo di sfumature (un giudice americano manicheo e assetato di giustizia) ci rattrista in un attore che amiamo, dato che solo due anni fa era stato un deprogrammatore altrettanto sfacciato e sopra le righe ma almeno, complice il tocco della Campion, aveva conosciuto la grazia dell’ironia. Ma Keitel-uomo tutto d’un pezzo a parte, è l’ambiguità a dominare il film di Szabo (“Mephisto”, “il colonnello Redl”), non solo tra arte e politica, come da lettura superficiale, ma anche e soprattutto a livello storico-culturale. La scena si apre con un’ampia ripresa che insegue un imponente concerto dentro una maestosa chiesa tedesca: fuori infuriano i bombardamenti, dentro esiste solo l’orchestra. Il tutto lascia intendere un rispetto per l’unico valore da non mettere in discussione nel processo che vedrà l’illustre direttore d’orchestra Furtenwangier incriminato di legami col partito nazista: la musica classica. In realtà, a ridiscuterne la sua stessa essenza non è la tenacia militare e “solidamente americana” dell’ispiratissimo maggiore Arnold (Keitel). Così come a difenderla non servono gli occhi languidi del luogotenente Willis (irrazionalmente innamorato della musica di Furtwangler), né le sue romantiche gite in tandem con la segretaria Emmi Strabe (figlia di un noto partigiano davanti a cui, con imbarazzante semplicismo narrativo, si commuovono tutti i musicisti interrogati tranne che l’ambiguo Furtwagier). Piuttosto, a mettere in discussione il ruolo della musica, nella sua essenza di forma artistica colta ed europea, sono i siparietti in cui a farla da padrone è il moderno, vivace, genuino swing americano che, cantato con sana grinta post-bellica, inebria la timida tedeschina Emmi (un autentico ritratto di buona selvaggia) ed il suo luogotenente. I due li ritroveremo entrambi a commuoversi per Furtwangler, eppure sembra che le scene jazz rappresentino proprio la sola presa d’aria del film, più esplicita dell’annoso (e mai risolto) conflitto tra regime e artisti, tra le ragioni della storia (il presunto antisemitismo di Furtwangler, figura effettivamente poco chiara) e quelle dell’arte. Schivando un’analisi del poliedrico conflitto, il film finisce con un’apparente semplificazione: la stanza in cui si svolge il processo è il passato, l’integerrimo maggiore il presente, i giovani ballerini il futuro. Ed è come se il passato da denazificare e polverizzare dovesse necessariamente travolgere ogni altra espressione non strettamente presente, musica inclusa. In questa chiave di lettura, come logica e brutale antitesi ad ogni afflato di superiorità dell’arte, si spiegherebbero anche gli inserti documentaristici con le atrocità commesse da Hitler contro gli ebrei. Ma il semplicismo bipolare con cui la storia è opposta alla storia dell’arte rende mero strumento (filmico) la prima e non approfondisce la seconda. In mancanza di una vera forza di idee, il film si rifugia nel ricatto del documentario. E mantiene l’ambiguità fino alla fine, quando in un altro cinegiornale vediamo il vero Furtwaiger stringere la mano a Hitler e poi pulirsela. Ambiguità che però, se nella storia è il risultato di un crudele conflitto morale (l’artista che “non vede” e porta avanti solo la sua arte), nel film è confusa e irrisolta, dal punto di vista narrativo come da quello culturale.Titolo originale: Taking SidesRegia: Istvan Szabo
Sceneggiatura: Ronald Harwood
Montaggio: Sylvie Landra
Fotografia: Lajos Koltai
Scenografia: Ken Adam
Interpreti: Harvey Keitel (Maggiore Steve Arnold), Stellan Skarguard (Wilheim Furtwangler), Jed Curtis (Colonnello Green), Birgit Minichmaier (Emmi Straube), Moritz Bleibtreu (Luogotenente David Willis), Oleg Tabakov (Oberst Dymshitz), Rinat Shaham (cantante di Jazz)
Produzione: Little Big Bear Film – Jeremy Isaac Productions – Twanpix Satefrance2 Cinema – Canal+
Distribuzione: Mikado
Origine: Francia/Germania 2001
Durata:105’
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