“Killing Me Soflty” di Chen Kaige
E’ impossibile scambiare “Killing Me Softly” per un thriller di genere. Qui la suspense è dubbio esistenziale, è tutta racchiusa negli scatti flessuosi e felini, a tratti selvaggi, dei muscoli e dei nervi di Heather Graham
Tutto il cinema di Chen Kaige assomiglia alla lenta costruzione di una fenomenologia dello sguardo, un prendere forma di figure, linee e curve del campo visivo. Una lotta irriducibile fra il buio e la luce, fra una materia che vuole essere a tutti i costi ed un nulla che sembra inghiottire ogni cosa, oscurare ogni visione. Al regista non rimane che tentare di levigare e scavare il “dentro” delle sue inquadrature in cerca di quel corpo perduto, di un “fuori” che con il solo apparire può donare senso all’immagine. E’ la sapiente arte del mostrare senza spiegare, quel gioco di ombre cinesi che Kaige conosce a memoria e ripete film dopo film, perché la semplice presenza dell’oggetto catturato dalla macchina da presa, la sua consistenza materica non vuole altri gesti o ulteriori parole. E’ lì, davanti agli occhi e chiede solo di essere osservata o ascoltata in tutta la sua nudità, in un esercizio percettivo che è un continuo sfiorarsi di superfici diverse. Così, “Killing Me Softly” – ma anche i più sontuosi “Addio mia concubina” o “Le tentazioni della luna “- racconta soltanto la storia di un doppio contatto, quello di due esseri “appesi a un filo” che si incontrano quasi per caso ad un semaforo, e quello di un corpo che dopo una carezza inizia a tendersi, a mutarsi cercando disperatamente di aderire allo spazio incorniciato dall’inquadratura, di conquistare il fuoco della visione. Per un momento, solo un istante, l’ombra si illumina e il fantasma del nulla è solo uno scherzo della memoria.
Ecco perché è impossibile scambiare “Killing Me Softly” per un thriller di genere – nonostante sia l’adattamento del romanzo “Dolce e crudele” di Nicci French e cada nella tentazione di un finale un po’ forzato - o per una elegante riproposizione di temi hitchcockiani sulla dissoluzione della coppia (vedi “Il sospetto” o “Rebecca - La prima moglie”): qui la suspense è dubbio esistenziale, è tutta racchiusa negli scatti flessuosi e felini, a tratti selvaggi, dei muscoli e dei nervi di Heather Graham, in questo specchiarsi di una donna davanti al freddo vetro dell’obiettivo cinematografico. E l’ansia riposa nella messa a fuoco della metamorfosi di una forma di vita, nella “fragile potenza dell’estetico” di un movimento filmico capace di cogliere un corpo che appare, diviene e si manifesta per la prima volta.
Titolo originale: Killing Me Softly
Regia: Chen Kaige
Sceneggiatura: Kara Lindstrom dal romanzo di Sean French
Fotografia: Michael Coulter
Montaggio: Jon Gregory
Musica: Patrick Doyle
Scenografia: Gemma Jackson
Costumi: Phoebe De Gaye
Interpreti: Heather Graham (Alice Loudon), Joseph Fiennes (Adam Tallis), Natascha McElhone (Deborah Tallis), Helen Grace (Lucy), Ian Hart (Daniel), Jason Hughes (Jake), Ulrich Tomsen (Klaus), Olivia Poulet (Claudia), Ronen Vibert (Mike)
Produzione: Michael Chinich, Joe Medjuck, Lynda Myles per The Montecito Picture Company
Distribuzione: Filmauro
Durata: 102’
Origine: Gran Bretagna, 2002
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