"Dust", di Milcho Manchevski
Non c’è amore in “Dust”, solo polvere, o polvere da sparo. E pieno di accumuli, di eccessi visivi e narrativi spinti fino all’irritazione, dove le storie possono essere cambiate, dipende da chi racconta ma anche da chi ascolta
Vincitore a sorpresa dell’edizione del 1994 della Mostra di Venezia con “Before the Rain”, Milcho Manchevski, questo singolare cineasta macedone cresciuto, professionalmente, con spot pubblicitari e videoclip musicali, ha lavorato - inutilmente, dato che nessuno dei progetti è poi andato in porto - per le Majors hollywoodiane per tre anni – per ripresentarsi proprio a Venezia 2001 con questo nuovo, indipendente, film: “Dust”.Al Festival lagunare la pellicola non colpì particolarmente gli appassionati, nonostante (o a causa di?) un’esibita cinefilia, svariate dichiarazioni d’amore al cinema che fu (spaghetti western e non solo…), e un mescolamento di storie, epoche e scenari terribilmente “postmoderno”.E’ un film “interattivo” quello di Manchevski, che presuppone lo spettatore smaliziato e ormai fin troppo colto” di immagini di oggi. Uno spettatore che, per essere catturato dalle storie, sembra aver bisogno – proprio come il ladruncolo di colore “rapito” dalla vecchia rapinata del film – di una pistola puntata in faccia. Ed ecco l’uomo (e noi spettatori…) costretto ad ascoltare una storia che forse proprio non vorrebbe sentire. E ritornare all’inizio del secolo scorso, poco prima che l’uomo imparasse a volare… E la storia di due fratelli innamorati della stessa donna, nella Macedonia di inizi ‘900, dove infuria la rivolta contro l’impero Ottomano. Ma attenzione qui la Storia non c’entra, oppure sì ma come un meccanismo che la trasforma in una centrifuga dell’immaginario del secolo, che per Manchevski si apre con le guerre nei Balcani e si chiude quasi nello stesso modo.Ma è il Cinema, più che la Storia, il riferimento di “Dust”. Il cinema e l’aeroplano, come seguendo le suggestioni del famoso saggio di Edgar Morin, che individuava nelle due scoperte di fine/inizio secolo, la rivoluzione dello sguardo, dei punti di vista, dell’immaginario collettivo. Vedi l’uomo volare e vedrai la tua morte, si sente dire uno dei protagonisti del film, ma in realtà questa morte è una “nascita”. Perché dalla fine del western vero (e dell’ “Eastern” vero…sembra dirci Manchevski cercando alla Sergio Leone di appropriarsi di un immaginario che non gli appartiene e che invece ormai è di tutti) nasce il western cinematografico, ovvero la rappresentazione del reale che sostituisce il reale stesso (ricordate “L’uomo che uccise Liberty Valance” di Ford?). Film di accumuli, di eccessi visivi e narrativi spinti fino all’irritazione, perché le storie possono essere cambiate, dipende da chi racconta ma anche – e questa è una straordinaria “rivelazione”, soprattutto se proviene dal cinema “d’autore” europeo – da chi ascolta. Già perché il consumo può trasformare le storie, e lo spettatore/ascoltatore può divenirne a sua volta “autore”.Non sappiamo quanto consapevole sia Manchevski della natura clamorosamente “teorica” del suo film, che straborda di una violenza esibita ed esacerbata, spesso volutamente inutile, quasi a voler racchiudere in un unico contenitore tutte le violenze folli del “secolo crudele”, quello che da poco ci siamo lasciati alle spalle. Non c’è amore in “Dust”, solo polvere, o polvere da sparo. Solo personaggi ri-costruiti, che non hanno più una vita autonoma, ma che sono legati al passato, al futuro, alla natura ormai illogica del racconto post-moderno. Dove tutto è possibile, dove tutto è stato già detto, mostrato, e dove l’unico punto di vista possibile sembra essere quella dall’interno dell’implosione (con il digitale pronto meravigliosamente a fagocitarsi gli ultimi residui del cinema d’autore…). Ma qui siamo già nel 2000, e Manchevski a voluto dare il suo ultimo saluto al secolo che nasce (e muore?) insieme al cinema.
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