“Quasi Quasi” di Gianluca Fumagalli

La forma non c’è, non esiste. Facciamo fatica a capire quale sia il senso della messinscena, quale possa essere soprattutto la condotta registica adottata, visto che si cerca di ridicolizzare sistematicamente ogni tipo di approccio serio al narrato.

“Quasi quasi” è la fotocopia ingiallita di un cinema a cui purtroppo il nostro paese ha dato ormai i natali da diversi anni: il nuovo cinema italiano. La formula fa ridere, la sostanza espressa, se si può, è angosciante. Eppure, non ci va di infierire troppo. Andiamo con calma quindi, dimenticando ogni tipo di riflessione generale che, visto l’andazzo, non potrebbe che essere funesta, e cerchiamo di spiegare il perché fatichiamo tanto a definire ancora cinema opere come questa. La storia anzitutto. Un incrocio non ben chiarito tra “Le fate ignoranti” e qualcos’altro che abbiamo per la testa, ma che non ci viene in mente. Forse non un film in particolare, ma quella sensazione che l’ipocrisia e il bigottismo morale ti lasciano addosso anche quando si cerca di pensare ad altro. La protagonista scopre di essere stata abbandonata dal marito per un altro uomo. Che fa? Conosce il presunto amante del marito con il quale ben presto intreccierà una strana storia d’amore. Ma non basta. L’omosessuale in questione si rivela essere meglio di quanto si potesse pensare inizialmente. Ed ecco elencate una serie di riflessioni “in punta di penna” sul valore della diversità, sullo sfasamento sessuale di chi si trova a fare i conti con abitudini diverse dalle proprie e infine, brani sull’importanza del dialogo e della comprensione. Ce ne sarebbe abbastanza per stilare un manuale buonista sull’accettazione dell’”altro” nella nostra società. Il racconto incomincia e finisce qui. Il che, da un certo punto di vista, potrebbe anche badare bene. Sospendiamo quindi il giudizio e passiamo ad analizzare la forma del racconto. La forma non c’è, non esiste. Facciamo fatica a capire quale sia il senso della messinscena, quale possa essere soprattutto la condotta registica adottata, visto che si cerca a tutti costi di ridicolizzare sistematicamente ogni tipo di approccio serio al narrato. Mettiamola così allora: non c’è racconto, non ci può essere forma di questo, ma soltanto una serie di gag concatenate alla meno peggio nel tentativo di far ridere, pensando. Ecco allora, il peccato capitale dell’opera, quello di produrre melansaggini da quattro soldi, cercando di impartire sotto sotto dei piccoli insegnamenti morali che non guastano mai. Con uno spirito del genere, oggi si fa fortuna. Nei salotti “buoni” della nostra televisione, nei talkshow pomeridiani, nei cicalecci notturni. Il cinema non c’entra nulla. Lasciamolo fuori.Regia: Gianluca Fumagalli
Sceneggiatura: Gianluca Fumagalli
Fotografia: Saverio Guarna
Montaggio: Claudio Cormio
Musica: Antonello Aguzzi
Scenografia: Tommaso Bordone
Costumi: Donatella Cianchetti
Montaggio: Claudio Cormio
Interpreti: Marina Massironi (Paola), Nicola Romano (Andrea), Neri Marcorè (Ruggero), , Fabio De Luigi (Claudio), Cinzia Mascoli (Gioia), Isabella Cecchi (Rita), Ivan Lucarelli (Roberto), Jacob Olesen (marito portinaia), Giovanna Mori (portinaia), Lucrezia Valia (Luna), Tatiana Lepore (Raffaella)
Produzione: Laura Cafiero per Metafilm/A.S.P
Distribuzione: Medusa
Durata: 89’
Origine: Italia, 2002
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