“Il consiglio d’Egitto” di Emidio Greco

L’operazione di Emidio Greco di inserire la voce narrante risulta allora un giusto strumento offerto allo spettatore per mantenere nei confronti della materia quel dovuto distacco critico e analitico, che poteva venire a mancare a davanti ai due protagonisti così opposti eppure così coincidenti

La voce narrante di Giancarlo Giannini ci introduce sull’immagine di un mare in tempesta con relativo naufragio di Abdallah Mohamed, ambasciatore del Marocco,sulle coste della Sicilia. Siamo nel dicembre del 1782. E’ sempre la voce di Giannini a informarci. Ma al di là di ogni metafora, siamo anche nell’universo romanzesco di Leonardo Sciascia, dentro le sue parole dense di acute, pungenti riflessioni sui legami tra Storia e Potere, che sia quello mafioso della Sicilia degli anni ’60 o quello altrettanto spietato e intransigente dei nobili siculi di fine ‘700 così puntualmente fotografati ne “Il consiglio d’Egitto”. L’operazione d Emidio Greco di inserire la voce narrante risulta allora un giusto strumento offerto allo spettatore per mantenere nei confronti della materia quel dovuto distacco critico e analitico, che poteva venire a mancare davanti ai due protagonisti, così opposti eppure così coincidenti, chiamati a intervenire sulla Storia: l’abate Vella che senza conoscere una parola di arabo riuscirà a spacciare un semplice manoscritto sulla vita di Maometto come accurato trattato storico sulle origini dei privilegi feudali dai quali discendono i titoli nobiliari, e l’avvocato Di Blasi, uomo colto e raffinato, portatore negli statici salotti dei nobili e nei letti delle insoddisfatte mogli dei fermenti rivoluzionari degli ideali illuministici. Entrambi due anarchici a modo loro, il primo tutto intento a dimostrare con un atto intellettualmente provocatorio la montagna di falsità su cui quegli ottusi e volgari signorotti spadroneggiano, il secondo pronto a minare dall’interno della sua stessa condizione di privilegiato quel museo delle cere così distante dal suo cuore e dalla sua mente. Con un rigore stilistico attravesato da squarci di irriverente umorismo e sensualità sapientamente ripresi dal testo di Sciascia, Greco non mette lo spettatore nelle condizioni di parteggiare né per Vella, colto dall’occhio ora luminoso e accogliente ora freddo e indagatore del direttore della fotografia Marco Sperduti, nè per Di Blasi, affascinante seduttore che vuole giustificare il libertinaggio o autentico rivoluzionario idealista. Alla vitalità e alla freschezza dell’ingegno contrappone le chiacchiere sentenziose e ripetitive dei vecchi nobili, fotografati in una serie di quadretti statici, dove l’occhio è riempito dalla sfarzosità dei costumi e delle scenografie, ma non è possibile avvertire i calori e le vibrazioni dei corpi e dei pensieri, in quanto non più corpi ma figure sbiadite su una parete, temporalmente bloccate tra la morte di un vicerè e un altro. E l’occhio di Greco, come colto da un momento di commozione nel finale, ci risparmia la sconfitta di Di Blasi. L’immagine della sua testa decapitata che rotola come invece aveva indugiato sui piedi massacrati dello stesso Di Blasi durante la tortura. Come a dire che la forza delle idee trascende la sopportazione del dolore fisico, del tempo, dello spazio. La testa di Di Blasi è rotolata fieramente verso l’età moderna.Regia: Emidio Greco
Sceneggiatura: Emidio Greco,Lorenzo Greco
Fotografia: Marco Sperduti
Montaggio: Bruno Sarandera
Musica: Luis Bacalov
Scenografia: Andrea Crisanti
Costumi: Agnes Gyarmathy,Ivo Crnoyevic
Interpreti: Silvio Orlando (Abate Vella), Tommaso Ragno (Avv.Di Blasi), Renato Carpentieri (Monsignor Airoldi), Marine Deltemere (Contessa di Regalpetra), Yann Colette (Giudice Grassellini), Antonio Catania (Don Saverio Zarbo), Leopoldo Trieste (Padre Salvatore)
Produzione: Mariella Li Sacchi e Amedeo Letizia
Distribuzione: Keyfilms
Durata: 135’
Origine: Italia, 2002
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