Corpi e solitudine: “Parla con lei” di Pedro Almodovar
Un film sul corpo. No, di più, un film del corpo. Senza mezzi termini, così esplicito che il dire si fa poesia, cruda e sottile. Come la danza. Ed è da qui che comincia, dall’inno al corpo che è la danza.
Un film sul corpo. No, di più, un film del corpo. Senza mezzi termini, così esplicito che il dire si fa poesia, cruda e sottile. Come la danza. Ed è da qui che comincia, dall’inno al corpo che è la danza. Due corpi che danzano quando il sipario si apre e per un attimo ci sembra possibile non essere il controcampo di un pubblico, due danze sfasate di pochi gesti che si ripetono identiche, come specchi distorti sui corpi, accecati e in pericolo se non ci fosse qualcuno che sposta le sedie. Il corpo è il luogo della solitudine, il meno spirituale dei sentimenti. E’ la solitudine che fa la differenza nel dolore. Lydia dice a Marco “sei separato!” e lui precisa lieve “sono solo”. È diverso. Cosa c’è di più solo di un corpo in coma profondo, verrebbe da chiedersi? Quasi tutto, Almodovar risponde. Per tutta la visione del film non pensiamo mai che le donne in coma siano abbandonate, e assistiamo invece all’involversi della solitudine degli uomini viventi. Ci vuole qualcuno che sposti le sedie, che tenga le mani, che ascolti e non parli, che parli e non pianga. La danza è la ricerca del corpo in una vita che ogni giorno, fuori e dentro gli ospedali, lo nega. Le donne in coma sono una ballerina e una torera, due corpi di fuoco soppressi. Se non avessimo il loro passato che ce le rende fiamme, avremmo la sensazione di una riduzione del mondo a due dimensioni. Infatti le vediamo dall’alto, inquadrature che le schiacciano distese e immobili, mentre mani le lavano e stoffe le coprono. E sulle stoffe insiste Almodovar, lenzuola e camice sottili, senza dimensioni, riprese di paesaggi che sembrano arabeschi, dettagli di ricami. Che sono la pazienza di accudire, certo, ma anche la superficie oltre la quale non siamo capaci di andare. Solo una ballerina può dire senza sembrare retorica “dalla morte emerge la vita, dal mascolino emerge il femminino, dalla terra emerge l’impalpabile”, perché ballare significa togliere la stoffa dai gesti. Altra cosa sono i vestiti, le scene di vestizione sono sempre su un corpo che si fa vestire, gli infermieri che vestono Licia, l’assistente del torero che veste Lydia. I vestiti sono come le carezze, sono come “parlare con lei”, e ci giungono nei dettagli, come le parole, nei nastrini della camicia da letto, nei bottoni dorati della giacca da corrida. Il corpo è gli umori che produce, sangue e lacrime. Il sangue delle mestruazioni, il rito della donna con se stessa, il suo patto con la terra, sangue che sporca stoffe, il sangue fertile che è come un’impossibilità genetica di solitudine. Il sangue delle ferite, del corpo lacerato dalle corna di un toro, della corrida ci resta questo: la vestizione e la morte. Come un rito funebre ancestrale, ancora di più dopo la rappresentazione di una corrida riuscita, di cui vediamo i dettagli, la stoffa rossa, ancora, e le curve del corpo, toreare è un amplesso sempre rimandato, perché quando si compie, la spada o le corna, è comunque mortale. Il primo piano sul toro che guarda sporco del sangue di Lydia è l’addio delle scene nell’arena, l’inevitabile che supera l’animale e che lo lascia alla fine indifeso. Le lacrime di Marco sono la strada che seguiamo, nel tempo che si accavalla tra passato e presente, sono la sospensione dei gesti, una reazione che ci obbliga a confrontarci costantemente con i fatti, per non rischiare che la visione scivoli via su ciò che fa male, senza fermarci ad ascoltarci, noi con lui. Le lacrime di un uomo reiterate, sbattute in primo piano, segrete e orgogliose insieme, sono senza mediazioni dialettiche, che le renderebbero melodrammatiche o patologiche, sono lacrime vere, addosso, dentro, un uomo-maschio, fuori dai tipi almodovariani. Il colloquio al carcere (dove, sia chiaro, “non abbiamo detenuti, abbiamo internati” come a dire che di nessuno detiene qualcosa, il corpo per esempio, ma lo si trattiene) è reso con un movimento oscillatorio della macchina da presa, un ritmo consolatorio con cui il regista tiene i suoi due personaggi non limitandosi a uno spostamento di campi funzionale. Il colloquio avviene in una stanza a vetri in cui il volto di chi parla si riflette nel volto di chi ascolta, come se ogni dichiarazione di impotenza, di cui è fitto il dialogo, fosse ammessa con se stessi prima che con l’altro. L’ultima danza è una festa d’insieme, vestiti di stoffe a fiori, tante coppie, occhi aperti, il superamento della solitudine, dell’appiattimento, e il ritrovamento nel corpo, nelle dimensioni del corpo, la presenza salvifica di un altro con cui parlare.
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