“Enigma” di Michael Apted

In “Enigma” la Seconda Guerra Mondiale è solamente un pretesto per mettere in scena ciò di cui le guerre si alimentano: l’amore, la sua perdita e quella di senso.

Non andremmo lontano se dicessimo che, in “Enigma”, la Seconda Guerra Mondiale è solamente un pretesto per mettere in scena ciò di cui le guerre si alimentano: l’amore, la sua perdita e quella di senso. Michael Apted, con lui il suo sceneggiatore, il bravo Tom Stoppard, non sembrano interessati tanto agli eventi che hanno contraddistinto quel frammento di Storia ma, piuttosto, alle circostanze che li hanno generati. Nel film di Apted come in “U-571” di Jonathan Mostow, il casus belli è Enigma, ma se in Mostow il dispositivo di decodifica segreto usato dai tedeschi raffigura il traslato di una guerra non più fisica ma cerebrale, che troverà il proprio simbolo nella bomba atomica, nel film di Apted, Enigma diventa anche e soprattutto la scarnificazione dell’ordigno-donna. La metafora a cui sottende il film è da ricollegare direttamente alla femme fatal, a quella donna che, in Hitchcock, centrifuga su di sé in una voragine-vertigine tutte le pulsioni di un uomo smarrito nella sua emorragica razionalità. Da una parte la parola “vertigo”, dall’altra “enigma”; due facce della stessa medaglia, due vestiti della stessa donna. Anche in “Enigma” è la donna che si fa motore della vicenda, il motivo per il quale Dougray Scott perde la testa, il raziocinio. E’ la donna (Claire) il vero enigma da criptare, il teorema da interpretare e così facendo salvare se stesso dalla pazzia. Questo diciottesimo film di Apted non dice nulla di nuovo, siamo negli sterrati fangosi della spy-story, dove il groviglio di vicende con i loro sobbalzi temporali, i loro approfondimenti psicologici e il loro carattere riflessivo, rallentano di continuo la progressione del racconto. Ma il film trova luce proprio nel buio del suo sostrato. Là, dove la luminosità di Saffron Burrows versione Kim Novak, apre squarci e crea perturbazione contaminando l’inquadratura in maniera antinaturalistica. Lo sguardo del protagonista nei confronti della bella Claire, assieme al nostro, ha il carattere dalla Visione, è il ritorno a un passato che indelebile segna la sua memoria e contemporaneamente aggiorna la nostra. E’ aggiornandoci con continui flashback infatti, che la sceneggiatura di Stoppard porta avanti, parallelamente al farsi della Storia, il disfarsi dell’intreccio. Ma sia Apted che Stoppard sembrano tenere più alla possibilità della donna di disgelare il racconto che a quella dell’uomo di fare la Storia. In “Enigma” è percepibile quell’innocente disinteresse agli eventi catastrofici della Storia che soggiace a “Fine di una storia” di Neil Jordan e allo straordinario romanzo di Raymond Radiguet, “Il diavolo in corpo”. Al protagonista del film di Apted come a quello di Radiguet non importa che il mondo cada a pezzi poiché la sua felicità, o addirittura la sua sanità mentale, passano per il soddisfacimento individuale che ha sede nella realizzazione dell’amore. “Enigma”, prodotto da Mick Jagger, è un film dignitosamente confezionato, regge il passo con produzioni ben più cospicue e pluripremiate, di regia rigorosa e sceneggiatura solida. Peccato solo per un epilogo che, non volendo lasciare misteri sulla tra l’altro comprensibilissima allegoria, si lancia in uno scambio di battute finali dove lapidaria e puntuale come una disdetta trova il culmine la frase pronunciata dal genio dei crittoanalisti: “era una donna indecifrabile”. Regia: Michael Apted
Sceneggiatura: Tom Stoppard
Fotografia: Seamus McGarvey
Montaggio: Rick Shaine
Musica: John Barry
Scenografia: Eliza Solesbury
Costumi: Shirley Russell
Interpreti: Dougray Scott (Tom Jericho), Kate Winslet (Hester Wallace), Wigram (Jeremy Northam), Claire Romilly (Shaffron Burrows), Nikolaj Coster-Waldau (“Puck” Pukowski), Tom Hollander (Logie), Corin Redgrave (Admiral Trowbridge), Matthew McFadyen (Cave).
Produzione: Mick Jagger, Lorne Michaels
Distribuzione: Istituto Luce
Durata: 117’
Origine: Usa/Germania, 2001
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