“Rollerball” di John McTiernan
“Rollerball” non è il remake del film diretto da Norman Jewison nel 1975 ma un’altra visione che radicalizza ed estremizza l’universo muscolare e antagonista del cinema di John McTiernan, quel disperato desiderio di combattere per conquistare o sfuggire allo sguardo dell’altro
Sembra che lo scontro, la sfida fra uomini in competizione sia il luogo privilegiato che ospita quasi tutte le visioni di John McTiernan. Uno spazio metafisico che in “Rollerball” assume i contorni di una futuristica arena, una sorta di velodromo battuto da giocatori su pattini, veloci motociclisti ed una palla d’acciaio che schizza via come fosse un oggetto di gomma. Un campo di combattimento situato nel cuore dell’Asia centrale, in un posto lontano da Dio e dagli uomini ma reso interattivo, “globalizzato” da una infallibile rete televisiva che irradia il mondo intero con le immagini di uno sport dove violenza del corpo e violenza dello sguardo sono i reagenti chimici di un’unica perversa emozione.Come sempre il cinema di McTiernan è un “gioco a due” fra prede e cacciatori, è un perimetro (o un ring) dove la dialettica amico/nemico esplode in un (altro) gioco di visioni intermittenti, di linee e punti di fuga difficili da seguire perché nascosti nell’angolo buio del campo visivo, in quell’altrove che solo potenti raggi ad infrarossi riescono ad illuminare a fuoco. Una lotta irriducibile che in “Rollerball”, però, più che esplodere sembra implodere, come già accadeva in “Predator” o “Die Hard”, collassando fra le rigide squadrature di un reticolo di gioco continuamente frammentato e ridefinito da un montaggio isterico e frenetico, da una regia televisiva vampiresca che spezza l’azione in cerca del particolare, del sangue che corre fra i corpi dei protagonisti e fa aumentare l’audience e gli sponsor. L’interminabile piano sequenza, che immergeva il ring disegnato da De Palma in “Snake Eyes” in una visione olistica ma non ancora totale e “globalizzata”, è solo un lontano ricordo: qui nulla sfugge e il tempo del cinema è polverizzato in una danza macabra di ralenti, accelerazioni e fermi immagine, mentre la m.d.p. impazzita insegue il ritmo e il passo dei giocatori.
Così, poco importa che il film sia stato rimontato e abbia subito alcuni tagli per le vivaci proteste della stampa americana, perché il senso di confusione e smarrimento che traspare dalle inquadrature di “Rollerball” è rimasto intatto. La realtà è lo schermo, e lo schermo è una superficie smembrata dove il potere celebra i fasti di un controllo assoluto e concentrazionario, e lo scontro è solo l’impulso di fuggire da questa crudele rappresentazione e precipitare in un mondo del “fuori” oscuro e sabbioso. Ecco perché “Rollerball” non è il remake del film diretto da Norman Jewison nel 1975 – come “Gioco a due” non lo era de “Il caso Thomas Crown”. Ma poi esistono davvero i remake? – ma un’altra visione che radicalizza ed estremizza l’universo muscolare e antagonista del cinema di John McTiernan, quel disperato desiderio di combattere per conquistare o sfuggire allo sguardo dell’altro. Magari inforcando un paio di occhiali a raggi infrarossi…
Titolo originale: Rollerball
Regia: John McTiernan
Sceneggiatura: William Harrison, Larry Ferguson, John Pogue
Fotografia: Steve Mason
Montaggio: John Wright
Musica: Eric Serra
Scenografia: Dennis Bradford, Norman Garwood
Costumi: Kate Harrington
Interpreti: Chris Klein (Jonathan Cross), Jean Reno (Petrovich), LL Cool J (Marcus Ridley), Rebecca Romijn-Stamos (Aurora), Oleg Taktarov (Denekin), Naveen Andrews (Sanjay), David Hemblen (Serokin), Janet Wright (coach Olga), Andrew Bryniarski (Halloran), Kata Dobo (Katya)
Produzione: John McTiernan, Charles Roven, Beau St. Clair, Michael Tadross per Atlas Entertainment, Helkon Media AG, Metro-Goldwyn-Mayer, Mosaic Media Group, Toho-Towa, Yorktown Productions
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 100’
Origine: Usa/Germania/Giappone, 2001
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