“Don’t say a word” di Gary Fleder
Gary Fleder è un buon director, sa manovrare la macchina da presa e creare tensione, ma non sembra possedere il dono, indispensabile, della misura. Infarcisce la pellicola di citazioni, ma senza che queste trovino una collocazione giustificante e inerente all’economia del racconto
Ed eccoci ancora di fronte ad un thriller che saccheggia la logica, Freud, Hitchcock e in subordine De Palma. Gary Fleder è un buon director, sa manovrare la macchina da presa e creare tensione (una scena su tutte, quella con Douglas che si dirige nella terrazza a cercare la figlia), ma sembra non possedere il dono, indispensabile, della misura. Infarcisce la pellicola di citazioni, Hitchcock e De Palma su tutti, ma senza che queste trovino una collocazione giustificante e inerente all’economia del racconto. Anche se in questo caso assistiamo al capovolgimento dell’evidente referente “La finestra sul cortile” (non sono infatti i malviventi ad essere guardati ma le loro vittime in una sorta di pulsione scopica antipodale a quella dell’“ingessato hitchcockiano”), si fa ugualmente largo il tutto sommato fondato dubbio che il gusto della citazione senza un minimo di coerenza è presente anche in questo ennesimo psycho-thriller. Troppo facile e gratuito, infatti, risucchiare certe icone dall’immaginario del buon Sir Alfred (la donna immobilizzata nel letto) senza accompagnarle ad uno script che quanto meno le giustifichi teoricamente. Ma Fleder non si ferma qui. “Don’t say a word” oltre a citare spasmodicamente è anche l’ennesimo thriller che si trova irradiato dal valore simbolico e metacinematografico della moderna tecnologia (schermi, telecamere a circuito chiuso, cellulari…) e dalla ritorsione di quest’ultima ai danni di chi la usa, ma purtroppo senza una vera necessità teorica che ne legittimi, o quantomeno assecondi, il suo paradigma. Cosa che invece accadeva in quel piccolo trattato di ermeneutica sulla riproposizione “inquinata” degli stilemi del cinema horror e dell’avvento delle nuove tecnologie al suo interno che era “Scream”, dove i cellulari, le televisioni e le telecamere sono particelle costitutive e fondanti della metafora che sta alla base della messinscena. Craven ci diceva che più aumenta la velocità del mezzo di comunicazione-visione più, paradossalmente, noi arriviamo in ritardo. Il discorso teorico che stava alla base di “Scream”, invece, anche se parliamo di due generi differenti, in “Don’t say a word” si trasforma in un pretesto modaiolo e vezzoso senza uno stralcio di giustificazione logica. Per esempio: perché infestare una casa di telecamere a circuito chiuso per controllare e posizionarsi nell’appartamento sottostante, quando sarebbe bastato commettere l’effrazione e l’insediamento del solo appartamento dei Conrad? Qui non si tratta di attuare la classica sospensione di incredulità, sarebbe un’offesa all’intelligenza dello spettatore, come non si tratta di chiudere gli occhi nei confronti di una detective (Jennifer Esposito) che, come fosse l’ultima dei comprimari, scompare per delle mezz’ore intere nelle gore della sceneggiatura. Qui, casomai, si tratta di tenere bene aperti gli occhi per non incorrere nell’imperdonabile errore di giustificare il film solo per certi simboli e certi calligrafismi tanto interessanti quanto gratuiti. Titolo originale: D’ont say a wordRegia: Gary Fleder
Sceneggiatura: Anthony Peckham, Patrick Smith Kelly
Fotografia: Amir M. Mokri
Montaggio: Armen Minasian, William Steinkamp
Musiche: Mark Isham, Graeme Revell
Scenografia: Carolyn ‘Cal’ Loucks, Justin Scoppa Jr.
Costumi: Ellen Mirojnick
Interpreti: Michael Douglas (Dr. Nathan Conrad), Brittany Murphy (Elisabeth Maddox-Burrows), Sean Bean (Patrick Koster), Famke Janssen (Aghata ‘Aggie’ Conrad), Jennifer Esposito (Detective Sandra Cassidy), Oliver Platt (Dr. Louis Sachs), Skye McCole Bartusiak (Jessie Conrad), Guy Torry (Martin J. Dolen)
Produzione: Anne Kopelson, Arnold Kopelson, Arnon Milchan
Distribuzione: Medusa
Durata: 113’
Origine: Stati Uniti, 2001
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