"Il cuore criminale delle donne" di Aluizio Abranches
Affascinato dalla ricerca dell’effetto prima che dagli ancestrali sentimenti di cui decide di (non) ragionare, Abranches accosta strati di senso vertiginosi ma sceglie di appiattirli in un virtuosistico esercizio di scrittura
Sulla scorta di un composito, ambizioso processo di riscrittura, Abranches mette a lavoro materiali culturali eterogenei, avvicina echi, modi e cadenze della tragedia antica, del racconto popolare, della fiaba, coniugando, sempre all’insegna di un’incessante opera di deformazione, atmosfere allucinate, lampi truculenti, scarti grotteschi, rimandi biblici. Multiforme e sofisticato, l’amalgama si rapprende attorno ad una sgargiante orchestrazione, non priva di suggestioni figurative, scossa di continuo dalle (ulteriori) mescolanze di una elaborata colonna musicale.
Ma concentrando prevalentemente la propria attenzione sulle accattivanti modalità di quella orchestrazione deformata e deformante, il cineasta brasiliano finisce per manovrare solo in superficie i fitti nodi tematici messi in gioco dal film (sciagura familiare, sangue e dolore, odio e vendetta, passato e presente), evitando sempre di interrogarne in profondità l’ampio ingorgo semantico. Abranches mostra le viscere, ma in definitiva non le rappresenta mai. Affascinato dalla ricerca dell’effetto prima che dagli ancestrali sentimenti di cui decide di (non) ragionare, accosta strati di senso vertiginosi ma sceglie di appiattirli in un virtuosistico esercizio di scrittura, a tratti interessante, ma a conti fatti fragilissimo. L’identità de “Il cuore criminale delle donne” sembra giocarsi tra una ricercata sovraesposizione dello stile, sempre compiaciuto, talvolta allucinato, talvolta dichiaratamente kitsch, ed una esasperata schematizzazione dell'intreccio, nonostante gli scarti dall'esposizione lineare e progressiva. In parte dovuto ai retaggi del racconto popolare o della favola, a tratti efficacemente rivisitati in alcuni passaggi appropriatamente didascalici (la presentazione delle tre Marie, l'inquadratura in cui le sorelle, ognuna avviando la propria prova personale, imboccano in auto strade diverse, ecc.), tale processo di schematizzazione investe frontalmente la stessa definizione dei personaggi, prevalentemente elementari o in ogni caso funzionali allo svolgimento della vicenda. Tuttavia Abranches non mira alla ricomposizione filologica di un particolare genere narrativo, ma alla combinazione di generi diversi. E se la combinazione non rimanda che a se stessa, i personaggi, come il film in cui trovano posto, finiscono per consistere in una pura esibizione delle diverse mescolanze (per alcuni di essi sembrano agire, tra l'altro, modelli propri del fumetto) che li hanno originati.
Titolo originale: As trés Marias
Regia: Aluizio Abranches
Sceneggiatura: Heitor Dhalia, Wilson Freire
Fotografia: Marcelo Durst
Montaggio: Aluizio Abranches, Karen Harley
Musica: Andre’ Abujamra
Scenografia e costumi: Bruno Schmidt
Interpreti: Marieta Severo (Filomena), Julia Lemmertz (Maria Francisca), Maria Luisa Mendonça (Maria Rosa), Luiza Mariani (Maria Pia), Carlos Vereza (Firmino), Enrique Diaz (Ze Das Cobras), Tuca Andrada (Tenorio), Wagner Moura (Jesuino Cruz)
Produzione: Aluizio Abranches e Eva Mariani per Lama Filmes Itda
Distribuzione: Teodora Film
Durata: 90’
Origine: Brasile/Italia 2001
Ma concentrando prevalentemente la propria attenzione sulle accattivanti modalità di quella orchestrazione deformata e deformante, il cineasta brasiliano finisce per manovrare solo in superficie i fitti nodi tematici messi in gioco dal film (sciagura familiare, sangue e dolore, odio e vendetta, passato e presente), evitando sempre di interrogarne in profondità l’ampio ingorgo semantico. Abranches mostra le viscere, ma in definitiva non le rappresenta mai. Affascinato dalla ricerca dell’effetto prima che dagli ancestrali sentimenti di cui decide di (non) ragionare, accosta strati di senso vertiginosi ma sceglie di appiattirli in un virtuosistico esercizio di scrittura, a tratti interessante, ma a conti fatti fragilissimo. L’identità de “Il cuore criminale delle donne” sembra giocarsi tra una ricercata sovraesposizione dello stile, sempre compiaciuto, talvolta allucinato, talvolta dichiaratamente kitsch, ed una esasperata schematizzazione dell'intreccio, nonostante gli scarti dall'esposizione lineare e progressiva. In parte dovuto ai retaggi del racconto popolare o della favola, a tratti efficacemente rivisitati in alcuni passaggi appropriatamente didascalici (la presentazione delle tre Marie, l'inquadratura in cui le sorelle, ognuna avviando la propria prova personale, imboccano in auto strade diverse, ecc.), tale processo di schematizzazione investe frontalmente la stessa definizione dei personaggi, prevalentemente elementari o in ogni caso funzionali allo svolgimento della vicenda. Tuttavia Abranches non mira alla ricomposizione filologica di un particolare genere narrativo, ma alla combinazione di generi diversi. E se la combinazione non rimanda che a se stessa, i personaggi, come il film in cui trovano posto, finiscono per consistere in una pura esibizione delle diverse mescolanze (per alcuni di essi sembrano agire, tra l'altro, modelli propri del fumetto) che li hanno originati.
Titolo originale: As trés Marias
Regia: Aluizio Abranches
Sceneggiatura: Heitor Dhalia, Wilson Freire
Fotografia: Marcelo Durst
Montaggio: Aluizio Abranches, Karen Harley
Musica: Andre’ Abujamra
Scenografia e costumi: Bruno Schmidt
Interpreti: Marieta Severo (Filomena), Julia Lemmertz (Maria Francisca), Maria Luisa Mendonça (Maria Rosa), Luiza Mariani (Maria Pia), Carlos Vereza (Firmino), Enrique Diaz (Ze Das Cobras), Tuca Andrada (Tenorio), Wagner Moura (Jesuino Cruz)
Produzione: Aluizio Abranches e Eva Mariani per Lama Filmes Itda
Distribuzione: Teodora Film
Durata: 90’
Origine: Brasile/Italia 2001
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