“Showtime” di Tom Dey
Dey è un regista abbastanza anonimo, e se proprio fossimo costretti ad indicarne un pregio, gli ascriveremmo sicuramente quello di essere un discreto allestitore di scene d’azione
La prima immagine dell’opera di Dey ci consegna il volto invecchiato di De Niro rivolto a chissà quale ascoltatore mentre si sofferma sulla durezza della vita del poliziotto. E’ un discorso duro, violento, appassionato. Poco dopo la macchina da presa indietreggia quel poco che basta per offrirci una visuale completa della sequenza. Un’aula scolastica, dei bambini che ascoltano attenti il discorso del tutore della legge. “Showtime” allora. Il grande rituale della rappresentazione finzionale può incominciare. Al regista non piacciono troppo i preamboli e ce lo aveva già confermato nel suo precedente “Pallottole cinesi”. Un ufficio della polizia poi. Eddie Murphy in tenuta da lavoro (è un poliziotto, si chiama Trey) si rivolge al suo superiore, raccontandogli l’esito disastroso di un’operazione di polizia in cui un suo compagno è stato ferito. La sua convinzione dura poco. L’uomo gli rivela che è morto in sala operatoria. Le lacrime si sprecano, ma il tono non ci convince, quantomeno per una certa esagerazione filodrammatica. Non ci sbagliamo, visto che ci troviamo su di un palcoscenico. Trey è un vero poliziotto, che però si diletta con la recitazione. Sta cercando infatti di ottenere in tutti i modi una parte in qualche serial. Stavolta gli tocca interpretare se stesso, e pare che ci riesce abbastanza bene. Nel giro di pochi minuti di visione, siamo stati sobbalzati da un capo all’altro del lido finzionale in cui siamo immersi, e ne siamo rimasti francamente frastornati. Ci è sfuggito qualcosa forse? No, ma non ne siamo poi così sicuri. Diciamo che Dey ha aperto le danze senza battere un minimo colpo di preavviso, ci voleva attenti, ma ci ha trovati un po’ distratti. Succede, soprattutto poi se si cova una certa riserva iniziale per il trovarsi nuovamente alle prese con l’eterno rimbalzo verità (?)/finzione. Poco ci importa comunque. Il gioco ci piace, ne restiamo facilmente catturati, ne vorremmo soltanto decifrare un po’ meglio le regole. All’improvviso, tutto si fa più facile. Le coordinate si rivelano meccaniche, scontate, un po’ superficiali. Ricapitoliamone la sostanza. I due protagonisti si ritrovano all’interno di un reality show in cui svolgono le loro normali mansioni operative, seguiti però dall’occhio costante di una macchina da presa. Murphy ne è contento, De Niro un po’ meno, anzi ne sembra essere decisamente infastidito. Che dire? Il saccheggiamento del luogo comune si fa pratica di messinscena, idea di cinema. Finzione / realtà, cinema / televisione. Non c’è di che rallegrarsi troppo, soprattutto se la dinamica operativa è meccanica, fredda, poco appassionante. I duetti tra De Niro e Murphy sono anche simpatici e ce la mettiamo tutta per trovare qualche motivo di interesse, ma l’impresa è ardua visto il tenore dello spettacolo offertoci. Mettiamola allora in un altro modo e cerchiamo di dare un’angolazione un po’ diversa a quanto detto. Dey è un regista abbastanza anonimo, e se proprio fossimo costretti ad indicarne un pregio, gli ascriveremmo sicuramente quello di essere un discreto allestitore di scene d’azione. In questa sua opera ce ne sono parecchie e vi assicuriamo che non sfigurano rispetto a quelle di produzioni più ricche. Eddie Murphy è stato grande negli anni ’80, un po’ meno nel decennio successivo. Sta cercando affannosamente di recuperare i crediti persi negli ultimi dieci anni, non c’è dubbio che facciamo il tifo per lui. Da questo film ne esce bene. E’ simpatico, autoironico, abbastanza misurato. La matta esuberanza dell’arlecchino di Harlem non è più forse solo un ricordo. De Niro poi. Per noi è uno dei più grandi attori della storia del cinema, ragion per cui si chiede cosa ci stia a fare in film come questi. La grandezza di un attore è anche quella di saper scegliere i film giusti. “Showtime” non lo è.Titolo originale: Showtime Regia: Tom Dey
Sceneggiatura: Keith Sharon, Alfred Gough, Miles Millar
Fotografia: Thomas Kloss
Montaggio: Billy Weber
Musiche: Alan Silvestri
Scenografia: Jeff Mann
Costumi: Christopher Lawrence
Interpreti: Robert De Niro (Mitch Preston), Eddie Murphy (Trey Sellars), Renè Russo (Chase Renzi), Pedro Damiàn (Ceasar Vargas), Dante Beze (Lazy Boy), Frankie Faison (capitano Winship), William Shatner (se stesso), Nestor Serrano (Ray), Ken Hudson Campbell
Produzione: Jane Rosenthal, Jorge Saralegui per Material, Tribeca Productions
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Durata: ’94
Origine: Stati Uniti, 2001
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