“Panic Room” di David Fincher

“Panic Room” segna un apparente cambio di rotta nella filmografia di Fincher, rifiutando ogni implicazione sociologica e puntando, per ammissione diretta del regista, all’intrattenimento puro; ma è proprio in questo modo che il regista americano si dimostra una volta di più “uno specialista”, nell’accezione truffautiana del termine.

Così François Truffaut descriveva Sir Alfred Hitchcock: “È uno specialista non di questo o quell’aspetto del cinema, ma di ogni immagine, di ogni inquadratura, di ogni scena. Ama i problemi di costruzione della sceneggiatura, ma ama anche il montaggio, la fotografia, il suono. Ha delle idee creative su tutto, si occupa di tutto benissimo, anche della pubblicità, ma questo già si sa!”. Le parole del regista (ma ancor prima teorico e critico) francese restituiscono con nitidezza non solo un modo di fare cinema ma ciò che comunemente definisce un “autore di film”. Questa lucida analisi suonerebbe appropriata anche se applicata a David Fincher, regista nato nell’anno in cui “Gli Uccelli” seminavano il panico nei cinema di tutto il mondo. Giunto con “Panic Room” al quinto film, Fincher è riuscito nell’arco di dieci anni a costruirsi la fama di “autore” di punta della nuova Hollywood, ottenendo consensi diffusi con film come “Se7en”, poliziesco venato di tinte millenaristiche, e “Fight Club”, urticante saggio sulla modernità tratto dal capolavoro di Chuck Palahniuk. Personaggi liminali, manovrati dal proprio lato oscuro, si muovono in uno spazio deformato, modellato da Fincher per rispecchiare le contraddizioni dei nostri tempi. “Panic Room” segna invece un apparente cambio di rotta, rifiutando ogni implicazione sociologica e puntando, per ammissione diretta del regista, all’intrattenimento puro dello spettatore; ma è proprio in questo modo che il regista statunitense si dimostra una volta di più “uno specialista”, nell’accezione truffautiana del termine. Virtuoso perfezionista della macchina da presa, Fincher sposta il suo occhio da un piano all’altro della casa con assoluta precisione, assecondando sapientemente il congegno narrativo messo a punto dallo sceneggiatore David Koepp (“Jurassic Park”, “Carlito’s way"). La finestra questa volta non si affaccia sul cortile ma è segmentata negli schermi della stanza blindata che riflettono il panico dei malviventi e della padrona di casa in un continuo scambio di ruoli. Regista capace di penetrare con il suo sguardo la fisicità degli elementi, Fincher dimostra anche di saper scegliere e dirigere gli attori. Arricchito dall’arrivo in extremis di Jodie Foster, che tratteggia con impagabile maestria il ritratto della donna in cerca di riscatto, il cast rifulge per l’esordiente Kristen Stewart e per la presenza di Dwight Yoakam nel ruolo di Raoul, disegnato con un occhio alla galassia dei personaggi di Quentin Tarantino. “Panic Room” sarà puro intrattenimento ma guardandolo sembra spesso di sentire alcune parole di Brad Pitt in “Fight Club”: “Ehi amico, le cose che possiedi alla fine ti possiedono!”.Titolo originale: Panic Room
Regia: David Fincher
Sceneggiatura: David Koepp
Fotografia: Conrad W. Hall, Darius Khondji
Montaggio: James Haygood – Angus Wall
Musiche: Howard Shore
Scenografia: Arthur Max
Costumi: Micheal Kaplan
Interpreti: Jodie Foster (Meg Altman), Kristen Stewart (Sarah Altman), Forest Whitaker (Burnham), Dwight Yoakam (Raoul), Jared Leto (Junior), Patrick Bauchau (Stephan Altman), Lydia Lynch (Ann Magnuson), Evan Kurlander (Pat Buchanan), Vicino (Andrew Kevin Walker), Keeney (Paul Schulze)
Produzione: Judy Hofflund, Gavin Polone, David Koepp, Cean Chaffin
Distribuzione: Columbia Tristar Films Italia
Durata: 108’
Origine: Usa, 2002



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