“L’amore imperfetto” di Giovanni Davide Maderna

La gravità di “L’amore imperfetto” assume i toni di un’insostenibile pesantezza, i silenzi sono solo le pause imbarazzanti di una sceneggiatura sfilacciata e supponente, e l’improbabile rigore formale si trasforma in inaccettabile moralismo

E’ difficile scrivere di un film come “L’amore imperfetto”, opera seconda del giovane regista Giovanni Davide Maderna presentata all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. E’ difficile perché una parte della critica italiana pare aver staccato un assegno in bianco a questo regista fin dal suo esordio, impegnandosi in un’autentica campagna promozionale che ha permesso a “Questo è il giardino”, primo film diretto da Maderna, di ricevere un generosissimo premio ”Opera prima” a Venezia ’99. In realtà si tratta di una pellicola tiepida che affoga nella rappresentazione della vuota banalità di una certa gioventù del profondo nord e si muove timidamente fra passioni amorose e un fastidioso taglio sociologico. Tutto è ordinato e didascalico, a tratti anche ben fatto, ma così freddo e senz’anima da lasciare perplessi e indifferenti dinanzi allo scorrere delle immagini sullo schermo. Certo, qualcuno potrebbe obiettare (Daney docet…) che, a volte, la distanza creata fra il tempo del racconto e lo sguardo dello spettatore può essere funzionale alla messa in scena, ma in questo caso l’impressione è che si tratti solo di scarsa confidenza dell’autore con la materia rappresentata e di un po’ di ingenua presunzione nell’accostarsi agli attori e ai personaggi.
Un’impressione pienamente confermata dal naufragio del secondo tentativo cinematografico di Maderna, un altro dramma in bilico fra impegno sociale e indagine psicologica, in precarissimo equilibrio fra una grigia quotidianità e l’attesa di un miracolo che possa far riconquistare un’insperata credenza nel mondo. Così, anche “L’amore imperfetto” gioca con la gravità delle atmosfere, riduce all’osso i dialoghi, congela i gesti e le parole alla ricerca di un rigore bressoniano – qualcuno ci perdonerà l’avventato paragone… - che sembra l’unica via per entrare nelle stanze private di una umanissima storia di amore e disperazione. Peccato però che la gravità assuma i toni di un’insostenibile pesantezza, i silenzi siano solo le pause imbarazzanti di una sceneggiatura sfilacciata e supponente, e la ricerca di un improbabile rigore formale si trasformi in inaccettabile e fastidioso moralismo. Un atteggiamento che paradossalmente richiama da vicino l’ipocrisia di quella critica partigiana che aveva gridato al capolavoro guardando distrattamente le immagini di “Questo è il giardino” e che oggi, ad uno sguardo più attento, inizia a ricredersi e, come troppo spesso accade, torna mestamente sui propri passi.
Regia: Giovanni Davide Maderna
Sceneggiatura: Giovanni Davide Maderna
Fotografia: Yves Cape
Montaggio: Paola Freddi
Musica: Bernardo Bonezzi
Scenografia: Massimo Santomarco
Costumi: Valentina Taviani
Interpreti: Enrico Lo Verso (Sergio), Marta Belaustegui (Angela), Frederico Scribani (Sironi), Francesco Carnelutti (dott. Melzi)
Produzione: Andrea Occhipinti, Umberto Massa, Gerardo Herrero per Eyescreen/Kubla Khan/RAI Cinema/Tornasol Films
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 92’
Origine: Italia, 2001

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