“Bloody Sunday” di Paul Greengrass
Fiumi di retorica, azzeramento costante di ogni capacità di andare al di là dell’immagine, oltre la cronaca e forse addirittura oltre la Storia.
La domenica del 30 gennaio del 1972 a Derry (Irlanda del Nord), la polizia inglese sparò contro dei manifestanti irlandesi che erano scesi in piazza in tutela di certi diritti civili. Il bloody sunday, immortalato poi da una canzone degli U2, è questo. Il film di Greengrass, incentrato sui tragici avvenimenti di quei giorni, ha vinto quest’anno il Festival di Berlino, aggiudicandosi l’Orso d’oro. Verrebbe voglia di chiudere qua il discorso, di non finirlo, di non cominciarlo nemmeno. Semmai ci sarebbe da riflettere sulla valenza di questo premio, sulla enorme ignoranza filmica e soprattutto culturale che sancisce. “Bloody Sunday” non è cinema, anche se molti diranno il contrario. Potremmo consideralo come il modello perfetto di quei maledetti film teorici che ti bisbigliano all’orecchio la morale finale della visione, il senso ultimo del racconto. A Greengrass non interessa mettersi in gioco nella costruzione dell’opera, non osa nemmeno per un attimo giocare con i paradossi della visione, con gli ostacoli sacrosanti che si incontrano nel percorrere i dirupi scoscesi della Storia. Si limita a mettere in moto una macchina da presa che non sta mai ferma, che non indietreggia un attimo. Che non mostra neanche l’ombra di una sia pur minima esitazione. La mangia la Storia il regista inglese, immolando l’onestà del mezzo che usa, per cercare in tutti i modi di terremotare l’assetto visivo del racconto e farlo così franare nelle paludi ammorbate dal qualunquismo a tutti i costi. Nella sua manichea visione della realtà, non c’è spazio per il girotondo spaesante che ha il coraggio di riaprire ogni volta nuove strade alla comprensione. Il pubblico d’altronde va trattato come un gruppo di scolaretti in gita. Guardate questo, osservate quest’altro, attenti a non toccare. E invece no. Il cinema vogliamo possederlo. Non ci possiamo accontentare di quattro movimenti di macchina esagitati tra una folla ricostruita artificialmente in vitro. E nemmeno del tentativo di far parlare la Realtà attraverso una ri-costruzione storica che si faccia ammirare per la sua esattezza. Non bisogna essere a tutti i costi dei grandi pensatori per capire che il cinema non può ritrarre la realtà per quello che appare ai nostri occhi, ma che deve avere il coraggio di re-inventare un mondo sulle macerie di quello precedente. Che senso può avere ri-adattare i filtri di oggi per cercare di ri-creare un evento già prodotto, già consumato, già divorato nel divenire incessante dell’attimo? Nessuno se l’operazione sa di sguardo precotto, rimasticato all’infinito, espulso da orbite oculari già vecchie prime di nascere. Fa francamente ridere poi l’intento di mascherare il tutto con una parvenza di serietà a tutti i costi, che vorrebbe partire da una ricercatissima sobrietà narrativa per poi arrivare alla dimostrazione che quel giorno sono stati uccisi dei poveri innocenti. Fiumi di retorica, azzeramento costante di ogni capacità di andare al di là dell’immagine, oltre la cronaca e forse addirittura oltre la Storia. Che non si può ridurre a oggetto inerte, dato ormai per scontato, su cui costruire uno spettacolo che faccia pure riflettere. Non finiremo mai di dire che ciò che fuoriesce da opere come questa è una pornografia con cui non vogliamo avere nulla a che fare. Greengrass poi continui pure nella sua strada. Ma in un comizio.Non al cinema.
Titolo originale: Bloody Sunday
Regia: Paul Greengrass
Sceneggiatura: Paul Greengrass dal libro di Don Mullan
Fotografia: Ivan Strasburg
Montaggio: Clare Douglas
Musica: Dominic Muldoon
Scenografia: John Paul Kelly
Costumi: Dinah Collin
Interpreti: James Nesbitt (Ivan Cooper), Tim Pigott-Smith (Maggiore Generale Ford), Nicholas Farrell (Maclellan), Gerard Mc Sorley (Lagan), Kathy Keira Clarke (Frances), Allan Gildea (Kevin McCorry), Gerard Crossan (Eamonn McCann), Mary Moulds (Bernadette Devlin), Carmel McCallion (Bridget Bond), Christopher Villiers (Maggiore Steele)
Produzione: Arthur Lappin, Mark Redhead per Portman Film, Granada, The Film Council, Bord Scannàn /The Irish
Distribuzione: Mikado
Durata: 107’
Origine: Irlanda/Gran Bretagna, 2002
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