“The Majestic” di Frank Darabont

Ecco la scommessa di Darabont. Re-inventare uno sguardo, filmare la sublimazione del corpo attoriale in contaminazione assolutamente (e spudoratamente) neo-romantica di umori diversi, di desideri d’essere in un corpo

La nascita di Hollywood è dietro l’angolo, così come la storia di uno dei suoi tanti figli, un certo Peter Appleton, registucolo di film di seri B. Uno sfigato di successo, se così possiamo chiamarlo. Grande amore per il cinema, discreto talento, grande voglia di arrivare a grandi produzioni. Unico problema, la commissione d’inchiesta su attività anti-americane all’interno del mondo del cinema. L’era del maccartismo può incominciare. In fuoricampo, almeno per il momento. Peter si dà da fare, affoga i suoi problemi in bar alla buona, non ha nemmeno più una donna da cui farsi consolare. Gli è rimasta giusto una scimmietta di peluche che tiene con lui in macchina, fino all’incidente… Torniamo un attimo indietro, ai titoli di testa. Cartoline da Hollywood. Colorate, sparse qua e là sullo schermo a creare le più fantasiose composizioni geometriche. E’ dalla figura ritratta in una di queste che ha inizio la vicenda. Ecco la favola, l’immersione nel trambusto spettacolare macinato dall’industria cinematografica più famosa del mondo. Che c’entra il maccartismo e la lista nera? Poco, ma è un elemento da non sottovalutare. La Storia è infilmabile, e su questo siamo d’accordo. Eppure confonderla con l’anarchia animosa dell’immaginazione non è affare da poco. Certo non facile. Darabont non fa altro da quando ha incollato gli occhi alla macchina da presa. I primi venti minuti della sua opera producono un incrocio talmente vorticoso di realtà e fantasia, cronistoria e immaginazione, da farci girare la testa. L’interrogazione retorica sui confini della visione è un bello sport che andrebbe praticato più frequentemente.
Cosa abbiamo di fronte? Una replica fumosa del film di denuncia, la rivisitazione del vecchio film sul cinema, nel cinema? Neanche. L’incidente, dicevamo sopra. Terribile, ma non troppo. Peter cade in un fiume con la sua auto, sbatte la testa e perde la memoria. Viene trovato su una spiaggia da un anziano signore che lo conduce, ancora malfermo, nella cittadina più vicina. Lo accolgono tutti come un eroe. Poco da stupirsi. Lo scambiano per un giovane del posto dato per disperso dieci anni prima nella grande guerra. Facile immaginarsi la reazione del padre del ragazzo creduto morto in guerra alla vista di quello che assomiglia tanto a suo figlio. Eppure Peter ha perso la memoria. Non si ricorda di nulla. Tanto meglio per lui. L’unica cosa che gli resta da fare è quella di assecondare coloro che in questo momento lo circondano di affetto. Poi la memoria tornerà magari, e solo allora verrà il momento di rimettere a posto le cose. Peter diventa così Luke, e il cinema esce fuori dal cinema. Dal girotondo dorato di Hollywood, alla pacatezza soporifera della provincia americana. Ecco la scommessa di Darabont. Re-inventare uno sguardo, filmare la sublimazione del corpo attoriale in contaminazione assolutamente (e spudoratamente) neo-romantica di umori diversi, di desideri d’essere in un corpo. Peter non è Luke, ma tutti credono (fingono di farlo forse) il contrario. Il film di Darabont non è quello che ci saremmo aspettati stando ai primi minuti di visione. Ci importa ancora meno. L’audacia di andare a rintracciare schegge impazzite di cinema in un luogo per certi versi contraddittorio rispetto a quello filmato all’inizio, è troppo forte per non creare vertigine, spaesamento, attaccamento ai margini di una prospettiva in fuga. I corpi filmati da Darabont sono fantasmi, ombre di sé in attesa di una resurrezione compiuta, agita, resa possibile a sua volta da un altro corpo. Il corpo del cinema, il corpo di Peter, il regista (passata vita, vecchia visione). Metteur en scene di se stesso, ma il regista non c’è. Darabont blocca la storia. La eternizza nel limbo amniotico del ricordo. Il padre di Luke che si ri-affeziona al presunto figlio, gli abitanti del posto che ri-vivono nella sospensione dell’attimo la morte che ha colpito i loro figli. Il cinema abbandonato poi, il Majestic del titolo. Per essere ri-aperto, ci voleva un ritorno, quello del suo vecchio proprietario (Luke). Da un certo punto di vista c’è stato, non resta che filmarne la ri-messa in moto. Darabont ri-crea dunque le condizioni della visione precedente, della scena primaria. Con la differenza che la folla che si accalca al botteghino ha poco di hollywoodiano. Se c’è una sola ragione per cui non possiamo non amare Darabont, è proprio la sua capacità di essere assolutamente classico nella scansione ritmica del racconto e in una certa distensione prospettica di visione, ma al tempo stesso molto “avanti” nella definizione di un corpo cinema sorpreso nell’atto di mostrarsi, di palesarsi nel crocevia dilemmatico della visione.
Titolo originale: The Majestic
Regia. Frank Darabont
Sceneggiatura: Micheal Sloane
Fotografia: David Tattersall
Montaggio: Jim Page
Musiche: Mark Isham
Scenografia: Gregory Melton
Costumi: Karyn Wagner
Interpreti: Jim Carrey (Peter Appleton/Luke Trimble), Amanda Detmer (Sandra Sinclair), Martin Laundau (Harry Trimble), Bob Balaban (Elvin Clyde), Laurie Holden (Adele Stanton), Allen Garfield (Leo Kubelsky), Brent Briscoe (sceriffo Cecil Coleman), Jeffrey DeMunn (Ernie Cole), Hal Holbrook (Doyle), Ron Rifkin (Kevin Bannerman)
Produzione: Frank Darabont per Darkwoods Productions/NPV Entertainment/Village Roadshow Productions
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Durata: 151’
Origine: Usa, 2001
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