“La regina dei dannati” di Michael Rymer
Il Lestat de “La regina dei dannati” è una sorta di Jim Morrison, è il vampiro dell’immortalità iconica della star, colui che con più facilità sa mimetizzarsi nell’humus giovanile
Quantificare il fascino che l’icona vampiresca ha esercitato sul cinema è forse impresa ardua. Pensiamo al “Nosferatu” di Murnau, al “Dracula” di Tod Browning, passando per Terence Fisher e i film della Hammer, sino a giungere a Bava, a Polanski, a “Intervista col vampiro” di Anne Rice, di cui “La regina dei dannati” è il seguito, sino al “Dracula” di Coppola: dicono siano più di mille. Il vampiro è il prodotto di una civiltà che, alle soglie del diciannovesimo secolo votato alla scienza e alla tecnologia, trova smarrimento nell’insensatezza dell’irrazionale. Ma come sappiamo i tempi cambiano, e oggi, con la televisione che appiattisce, omologa e normalizza tutto, nemmeno il più temuto degli ospiti della notte come il vampiro, riesce più a destare genuini incubi. Anzi, come il regista Rymer sottintende, è proprio la televisione il veicolo che più si adatta al moderno vampiro, al suo Lestat. E’ la tv il mezzo più divulgativo ma paradossalmente il più oscurante. Televisione cattiva maestra, scriveva Popper.. Viviamo in una società dove Mtv è la televisione preferita dai giovani americani e non solo, un serbatoio promozionale delle maggiori case di distribuzione musicale, in poche parole, pubblicità ventiquattro ore su ventiquattro, tant’è che nemmeno la riesci a discernere da quella ufficiale, per così dire. Ed è proprio questo mezzo che il Lestat de “La regina dei dannati” utilizza. Dopo cento lunghi anni di sonno e di anonimato più completo, se ne esce dalla sua bara per raggiungere, a suon di morsi e sviolinate, il palco che più in questa epoca ha reso noti e immortali, quello televisivo. “Ora è giunto il momento di rivelarmi al mondo. In questa epoca!”, sentenzia Lestat. Lestat infatti, è figlio di questa televisione, figlio postmoderno di una cultura televisiva di devitaminizzati nel cervello e, come i vampiri, nell’aspetto. Lestat, sorta di Jim Morrison, è il vampiro dell’immortalità iconica della star dunque colui che con più facilità sa mimetizzarsi nell’humus giovanile. Fin qui abbiamo spiegato il concetto che risiede nelle tentazioni, o meglio, nelle ambizioni del regista. Nel “Dracula” di Coppola c’era di mezzo il cinema e la sua fascinazione “emoglobinica”, ne “La regina dei dannati, con tutte le dovute distanze, c’è il potere della televisione di creare miti immortali (i vampiri) da una parte, e dall’altra, quella degli spettatori, di incubare catatonici sostenitori-teledipendenti dal sangue fresco. Michael Rymer ci dice che diventare conosciuti, delle star (“sei più famoso di Elvis Presley” dice Marius a Lestat), è il modo migliore per raggiungere l’immortalità. Che serve dunque a Lestat muoversi in punta di piedi nell’oblio? Che serve divenire immortali per poi rimanere nell’anonimato più assoluto? Certo, niente a che vedere con la misteriosità e, in alcuni casi, il romanticismo dei vampiri cinematografici conosciuti nel passato ma, come idea, seppur non nuovissima, “La regina dei dannati” poteva, sotto la metafora seriale del vampiro, offrirci ulteriori osservazioni sul fenomeno della televisione dei nostri giorni e dei suoi fruitori. Diciamo poteva perché, in realtà, la sceneggiatura (Scott Abbott e Michael Petroni) sembra scritta da una dozzina di mani che nella foga di prevalere l’una sull’altra ammorbano il racconto di grossolani elementi. Il film esordisce discretamente, ma nella seconda parte, o in quella che ne rimane, entrano a dar manforte al film decine di personaggi che nei pochi secondi di notorietà che la scrittura gli concede, non riescono a lasciare il loro segno se non nel collo di qualche malcapitato. Come se non bastasse, la pellicola ha più finali e sembra vampirizzare lo sguardo. Vampirizzato come quei ragazzi che nel finale, assistendo al concerto-duello con svolazzamenti inclusi, rimangono impassibili, anzi divertiti, come se il tutto facesse parte dello show musicale. Ecco, forse questa è la sequenza migliore del film, quella che, da sola, denota quello che sarebbe dovuto essere il registro qualitativo del film, se solo la sceneggiatura e la caratterizzazione dei personaggi glielo avessero permesso. Titolo originale: Queen of the DamnedRegia: Michael Rymer
Sceneggiatura: Scott Abbott, Michael Petroni dal romanzo di Anne Rice
Fotografia: Ian Baker
Montaggio: Dany Cooper
Musiche:Jonathan H. Davis Richards, Gibbs
Scenografia: Graham ‘Grace’ Walker
Costumi : Angus Strathie
Interpreti: Stuart Townsend (Lestat de Lioncourt), Margherite Moreau (Jesse Reeves), Aaliyah (Regina Akasha), Vincent Perez (Marius), Paul McGann (David Talbot), Lena Olin (Maharet), Christian Manon (Mael), Claudia Black (Pandora)
Produzione: Jorge Saralagui per Material
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Durata: 111’
Origine: Stati Uniti, 2002
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