L’amore che orrore! … “Casomai”, di Alessandro D’Alatri

“Casomai” reca impresso forte il segno della sceneggiatrice collaboratrice di Troisi e riprende esattamente dal punto dove Massimo e Anna Pavignano ci avevano lasciati nell’ormai lontano 1992, con “Pensavo fosse amore e invece era un calesse”. L’amore diviene trappola d’orrore. Palude esistenziale nella quale sembra impossibile non transitare

L’amore come merce, come un prodotto da vendere? Cosa ne è rimasto oggi, nel mondo dominato dall’unica ideologia rimasta, quella del consumo? Forse, anche se può apparire strano, è proprio l’uso “professionale” che Fabio Volo fa della sua “provvisoria” felicità l’aspetto più dark e inquietante del film di Alessandro D’Alatri. Ritrovare l’altro, specchiarsi, come in un resetting di ciò che abbiamo attorno - necessità quasi fisica di “buio sociale”, così come la notte per il sonno - permea a tal punto mente e corpo del protagonista da farlo diventare un suo cavallo di battaglia per la campagna pubblicitaria di cui si occupa. Rivalutare, rilanciare la famiglia, le piccole felicità quotidiane, un’idea “rivoluzionaria” di “normalità”. Inconsapevolmente Fabio trasferisce nella sua attività lavorativa - e quindi la normativizza come un’indicazione di marketing, strategie per il consumo - il suo brandello di felicità, e in ciò svuota improvvisamente - traslitterandolo nella dimensione del lavoro e perciò “oggettivandolo” - tutto il bagaglio emozionale costruito per caso, per scelta, per necessità, per gioco. Lentamente il “gioco d’amore” si trasforma, le oggettività prevalgono sulle soggettività, i corpi mutano, i sentimenti evaporano, sottomessi a quelle che D’Alatri chiama le “interferenza, le intrusioni, le invasioni di campo”. Come se l’amore, nel momento in cui si “oggettivasse” si trasformasse in un nuovo, pauroso, orrore.
“Casomai” ricomincia da tre. Si perché da un lato sono tre i personaggi che danno vita alla storia, i due innamorati pronti a sposarsi e il prete di paese, che li costringe a un lunghissimo stop-frame, li scaraventa in un flash forward, e cerca di riconferirgli quella soggettività “necessaria” che presto sarà perduta. Ma dall’altro perché questo film riprende esattamente dal punto dove Massimo Troisi e Anna Pavignano ci avevano lasciati nell’ormai lontano 1992, con “Pensavo fosse amore e invece era un calesse”. Già perché questo “Casomai” reca impresso forte il segno della sceneggiatrice/collaboratrice di Troisi. Allora Troisi e Francesca Neri si ritrovavano vestiti a nozze in un bar, con la voglia/disperazione di stare sì insieme ma fuori dalle logiche, dalle imposizioni, dalle aspettative della vita di coppia. Quel lungo carrello all’indietro, che lasciava i due protagonisti ai loro discorsi, in “Casomai” sembra come ritornare, finalmente, in avanti, per scoprire cosa sarebbe accaduto se....
Ma la Pavignano e D’Alatri giocano d’abilità e ci regalano questa figura di prete che trasforma un matrimonio in un’occasione di riflessione sul senso della vita a due oggi, su quanto la nostra civiltà del consumo abbia ormai profondamente minato le forme di convivenza (i single consumano di più... dirà il prete a un certo punto, gettando uno squarcio inquietantissimo sull’idea di mondo che ci aspetta, anime nomadi impregnati di oggetti e bisogni reificati assolutamente incapaci di soddisfare perennemente...). D’Alatri volteggia leggero sui corpi dei due attori, bravo ad abbassarne i toni, offuscarne le spigolature, trasformarli in due persone “qualunque”, esseri normali che rappresentano, fuori dalle nevrosi e dalle ossessioni dei personaggi di Muccino, un bello spaccato generazionale. Il percorso incontro, storia, amici, innamoramento, matrimonio, nascita di figli, crisi nel lavoro, assuefazione, difficoltà, chiusura e stress che si accumula riporta il genere romantico dentro un meccanismo dell’orrore che raramente riusciamo a vedere nei film hollywoodiani, dove spesso la tirannia dell’happy end vince su tutto. E alla fine viene il sospetto che un film come “Casomai”, certo non un mélo moderno, ma neppure garbatamente commedia né satira sociale, non sia davvero la via - italianissima - verso un moderno cinema horror, dove - un po’ alla Stephen King - l’orrore si nasconde proprio nella nostra vita quotidiana, nelle persone che conosciamo, che ci sono vicine, forse addirittura in noi stessi. L’amore diviene trappola d’orrore. Palude esistenziale nella quale sembra impossibile non transitare (ed affogare). Con tutto il rispetto era dai tempi di Fassbinder (e Troisi, appunto) che qualcuno non provava a sporcarsi le mani nel fango dei sentimenti, con un film politico come pochi. E che ci arrivi da un cineasta fuori dalle logiche del cinema italiano come D’Alatri è forse un segnale fin troppo evidente di dove dobbiamo andare a cercare qualcosa di nuovo.
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