“Soul Survivors” di Stephen Carpenter

Quella che qualche anno fa era stata l’inaugurazione di una nuova tendenza di ripensarsi quali produttori di simulacri incandescenti di un certo sentire adolescenziale è ora diventata atrofizzazione imbarazzante dei luoghi di quel cinema

Leggendo i crediti del film, fa un certo effetto leggere il nome Carpenter. La traiettoria del desiderio non conosce ostacoli, verosimiglianze che reggano, voli impossibili da fare. Avremmo pure sperato che dall’altra parte della barricata si celasse il caro John, almeno fino ai titoli di testa iniziali. Considerazione di poco conto questa, eppure in grado di farci riallacciare pericolosamente ad un certo discorso sul “genere” che “Soul Sorvivors” pare cavalcare con poca inventiva, con scarsa credibilità. Un altro film sui teenager americani alle prese con l’ignoto, o semplicemente con un serial killer? Si e no. Comunque propendiamo decisamente per la prima, con delle riserve che non toccherà a noi sciogliere. Che dire dell’ennesima variazione sull’odioso teen-movie virato in salsa horror? Nulla o quasi. Come sempre è un problema di sguardo. Quella che qualche anno fa era stata l’inaugurazione di una nuova tendenza (del cinema craveniano e non solo) di ripensarsi quali produttori di simulacri incandescenti di un certo sentire adolescenziale (la paura di crescere, il disagio del rapporto con gi altri, il rapporto con il sesso) imploso in flagranza emoglobinica/citazionistica (“Scream”, “Scary movie”, “Urban legend”, “The Faculty” e così via), è ora diventata atrofizzazione imbarazzante dei luoghi di quel cinema, e di quelle idee per certi versi de-stabilizzanti che avevano re-inventato con poco l’andazzo di un intero genere. Il film di S. Carpenter non aggiunge nulla a quanto già detto, forse toglie qualcosa. E non perchè sia girato male, ma per il peccato ben più grave di essersi arenato in partenza nella lotta interna al set tra le tante piccole dialettiche delle quali sarebbe potuto essere infarcita la sua opera. Ciò che conta allora è spaventare, far saltare sulla sedia lo spettatore, aggredirlo con un insieme raffazzonato di voglie di andare (procedere lungo una re-invenzione dell’apparato descrittivo utilizzato in quel momento) e di tornare (fossilizzarsi come si è già detto nel peggior qualunquismo intellettuale). Qualcuno poi potrà obiettare che si tratta di un semplice prodotto commerciale fatto alla buona per accontentare i palati meno pretenziosi. E forse ha ragione.Regia: Stephen Carpenter
Sceneggiatura: Stephen Carpenter
Fotografia: Fred Murphy
Montaggio: Janice Hampton, Todd C. Ramsay
Musica: Daniel Licht
Scenografia: Larry Fulton
Costumi: Denise Wingate
Interpreti. Melissa Sagemiller (Cassie), Wes Bentley (Matt), Casey Affleck (Sean), Eliza Dush Ku (Annabel), Angela Featherstone (Raven), Luke Wilson (Jude), Allen Hamilton (dr. Haverston), Ken Moreno
Produzione: Stokely Chaffin, Neal H. Moritz
Distribuzione: Twentieth Century Fox
Durata: 84’
Origine: Stati Uniti, 2001
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