“Big trouble – Una valigia piena di guai” di Barry Sonnenfeld

Quello di “Big trouble” non è un album perfetto, le sue figurine tendono sempre a scollarsi, a scivolare fuori dalla pagina. Tuttavia l’idea è funzionale ancora una volta alla poetica di Sonnenfeld: una bomba hollywoodiana a picco sul suo cinema.

Ancora una volta Sonnenfeld gioca con i generi cinematografici. Anche in “Big trouble” ci troviamo di fronte a dei personaggi che sembrano fregarsene della sceneggiatura perché già carichi di vissuto, già intrecciati nell’immaginario filmico, precedentemente fagocitati, assimilati e sputati dal cinema, o dalla tv, dritto negli occhi dello spettatore. L’esordio di Sonnenfeld, ex direttore della fotografia dei fratelli Coen, anche loro abili manipolatori del cinema di genere, avviene con i disegni gotici di Chas Addams e dell’omonima famiglia, seguirà “La famiglia Addams 2” e “Get Shorty”. Nel ’97 è la volta di “Mib – Man in black”, anche questo un fumetto della matita di Lowell Cunningham, sino ad arrivare all’irriverente e coacervico “Wild wild West”. Come è facile notare, Sonnenfeld ama ritmare il suo cinema con i colpi della grancassa immaginifica: si intasca personaggi precostituiti (“Addams family”, “Mib”, “Big trouble”), rivisitazioni metafilmiche e metastoriche (“Get shorty”, “Wild wild West”). “Big trouble”, non fa eccezione. I personaggi che ruotano attorno a una valigia contenente un ordigno nucleare scambiato da tutti per un tritarifiuti automatico, sono déjà vu ambulanti carichi di luoghi comuni. Sono sia figuranti di se stessi, sia icone alla Martha Stewart; la donna delle ricette in tv che genialmente, insieme al suo contenitore mediale, seppur per sbaglio, è l’unica ad essere uccisa dalle pallottole dei sicari italo-americani. E infatti il film procede fino a esplodere sotto il peso dell’enorme massa di segni. Teen-agers e le loro pistole ad acqua, malavitosi russi e il loro accento, sicari italo-americani, malviventi imbranati, poliziotti imbranati, casalinghe inappagate, colf concupite, figliodeifiori amante delle patatine, agenti FBI violenti, padri falliti… Naturalmente, un’accozzaglia di icone del già visto come queste, non possono far altro che essere risucchiate da un turbinio filmico degli equivoci. Con “Big trouble”, Sonnenfeld crea una sorta di allegoria coral-macchiettistica. Apre un sipario e sul palco fa salire figurine già conosciute sì, ma che per la prima volta si trovano, con le loro eteronomie, a dover interagire e a vincolarsi alla stessa causa, in poche parole, a imparare ad amare/capire la bomba. Ma non è facile perché nell’epoca del travestitismo, della contaminazione appunto, dell’equivoco, anche un evidente ordigno nucleare può sembrare addirittura, pensate un po’, un tritarifiuti automatico. E dunque, per affrancarsi dalla bomba, come dal cinema di Sonnenfeld, bisogna saperli riconoscere. Come dicevamo, “Big trouble” gioca bene, ma non del tutto, sull’immaginario cinematografico. Riunisce segni di diversa natura e genere per farli collidere ed esplodere definitivamente. Quello di “Big trouble” non è un album perfetto, le sue figurine tendono sempre a scollarsi, a scivolare fuori dalla pagina, a parte la deriva narrativa Jason Lee (Puggy) che abilmente, da iniziale narratore della storia sfuma pian piano per lasciar parlare-agire i sui personaggi, ma, al contrario di quanto si è scritto in altre sedi, l’idea è funzionale ancora una volta alla poetica di Sonnenfeld: una bomba hollywoodiana a picco sul suo cinema.Titolo originale: Big trouble
Regia: Barry Sonnenfeld
Sceneggiatura: Robert Ramsey, Matthew Stone
Fotografia: Greg Gardiner
Montaggio: Steven Weisberg
Musiche: James Newton Howard
Scenografia: Garreth Stover
Costumi: Mary E. Vogt
Interpreti: Tim Allen (Eliot Arnold), Rene Russo (Anna Herk), Stanley Tucci (Arthur herk), Tome Sizemore (Snake), Johny Knoxville (Eddie), Tennis Farina (Henry Algott), Jack Kehler (Leonard), Janeane Garofalo (Monica Ramiro), Patrick Warburton (Walter Kramitz), Ben Foster (Matt Arnold), Jason Lee (Puggy), Zooey Deschanel (Jenny Herk)
Produzione: Touchstone Picture
Distribuzione: Buena Vista
Durata: 84’
Origine: Stati Uniti, 2002
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